Referendum “giustizia giusta”: quel che c’è da sapere.

Lo scorso giugno il partito radicale e la Lega hanno depositato in Cassazione sei quesiti referendari che riguardano il settore della giustizia, annunciando inoltre l’annessa raccolta delle firme per i mesi di luglio e agosto. Forse sorprendentemente, alcuni dei quesiti hanno ricevuto il benestare anche del centrosinistra.

Ma su cosa vuole intervenire la “Giustizia Giusta”?

Il primo quesito riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM): si tratta di un organo introdotto in epoca monarchica e attualmente riconosciuto dagli artt. 101 e 100 della nostra Costituzione. Il Consiglio “autogoverna” la magistratura stessa, gestendone assunzioni, assegnazioni, provvedimenti disciplinari… Con la riforma referendaria si andrebbe a modificare la candidatura e la nomina dei magistrati del CSM, abrogando la disposizione per cui per candidarsi occorre raccogliere dalle 25 alle 50 firme; un sistema che, secondo i promotori, porterebbe ad un inevitabile legame con le correnti politiche. 

Il secondo quesito riguarda la responsabilità del giudice, regolata dalla legge Vassalli dell’88, così come modificata dalla l. 18/2015. Il fulcro della questione è l’inesistenza di una responsabilità diretta del giudice, per il quale risponde lo Stato, a meno che non si tratti di danno derivante da reato, nel qual caso la responsabilità è diretta per Stato e giudice. In questo modo, secondo i promotori, il giudice risulta ingiustamente “protetto”. Viene invocata quindi una riforma che introduca la responsabilità personale del giudice, che, secondo i promotori, è in linea con l’art 28 Cost., per il quale funzionari e dipendenti dello Stato sono personalmente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti.

Il terzo quesito ruota attorno al procedimento di valutazione quadriennale dei magistrati, regolato dal D.Lgs. n. 160 del 2006 e da tre successive circolari. Ad essere valutate sono l’imparzialità del giudice, la capacità, la diligenza… A giudicare è il sopra citato CSM, che si esprime sulla base di un parere non vincolante del Consiglio giudiziario dove il giudice presta servizio. Qui chi ha proposto la riforma referendaria critica la “chiusura” del sistema di valutazione, dove, si contesta, chi giudica e chi viene giudicato sostanzialmente coincidono, generando risultati che lasciano di conseguenza molti dubbi. Su questo si vuole intervenire.

Arriviamo ora al quarto quesito. I promotori chiedono la separazione delle carriere fra magistrati requirenti e giudicanti. Non una novità: la questione era stata sottoposta al vaglio dei cittadini già nel 2000, ma non si era raggiunto il quorum. Altri successivi tentativi sono risultati vani. L’esigenza nasce con la cd. Riforma Vassalli, che trasforma in accusatorio il nostro sistema. Viene così meno il giudice istruttorio e il P.M. esercita l’azione penale, indaga e rappresenta l’accusa nel processo, mentre i suoi atti sono sottoposti al vaglio del G.I.P. e a giudicare sarà un terzo giudice dibattimentale. Il fatto che l’esame di accesso alla magistratura sia unico e si possa scegliere la funzione da esercitare in maniera indistinta, con l’opportunità persino di passare da una funzione all’altra nel corso della carriera, dovrebbe essere oggetto di modifica ed è secondo i promotori una chiara violazione dell’art. 111 Cost. 

Con il penultimo quesito si vorrebbe intervenire sull’applicazione delle misure cautelari: provvedimenti esecutivi previsti dal nostro codice di procedura penale qualora nel corso del procedimento o del processo si palesi un rischio di fuga o di inquinamento delle prove, nonché un pericolo di reiterazione del reato o la commissione di uno più grave. La critica che viene fatta a queste misure deriva dalla loro applicazione ormai diffusa, così da farle apparire come una sorta di anticipazione della pena che fa venir meno la presunzione di innocenza, fulcro del nostro ordinamento penale. Per di più, è stato dimostrato, con dati alla mano, che spesso i soggetti a cui viene irrogata la misura risultano innocenti alla fine dell’iter processuale. Viene così palesato un enorme errore di valutazione e cagionato un danno ingiusto. Lo scopo della modifica è cercare di evitare queste situazioni, attraverso un utilizzo più mirato e capillare delle misure cautelari.

Il sesto e ultimo quesito mira all’abrogazione del c.d. Decreto Severino, ossia il D.Lgs. n. 235/2012 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190). Il decreto venne introdotto ad opera di Angelino Alfano con il IV Governo Berlusconi, sebbene porti il nome del ministro della giustizia del Governo Monti. Lo scopo era quello di far fronte ai preoccupanti dati provenienti dall’UE e riguardanti l’altissimo tasso di corruzione (terzo Paese OSCE più corrotto), per una perdita di 60 miliardi di euro all’anno. Il decreto prevede incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per rappresentanti del governo, per parlamentari, per consiglieri regionali, per sindaci e per amministratori locali in caso di condanna. La critica principale dei promotori non è tuttavia al contenuto finora descritto, bensì al fatto che la norma ha valore retroattivo. In sostanza, è sufficiente una condanna in primo grado per rimediare una sospensione fino a 18 mesi. Peraltro, la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi di recente sul punto, si è espressa negativamente su di un’ipotetica violazione dell’articolo 3 del Protocollo addizionale alla CEDU. I promotori continuano, ad ogni modo, a ritenere ingiuste le sospensioni temporanee, che portano poi a tardive reintegrazioni, oltre a non risolvere il problema della corruzione.

Come si è visto le riforme prospettate sono di ben ampio respiro e si fatica anche a trovare un denominatore comune che possa “abbracciarle” tutte. Sicuramente salta all’occhio una volontà garantista da parte di promotori e semplici sostenitori: basti soffermarsi su alcuni punti come quello concernente le misure cautelari. Ma non solo: anche la diversificazione delle funzioni nella magistratura ha come ratio un tentativo di maggior tutela del soggetto sottoposto alla giustizia, che in questo modo incontrerà sul cammino figure altamente specializzate. Al tempo stesso si ammicca ad un’operazione “sfascia-casta”, affinché si ottenga una maggior apertura del sistema della magistratura e quindi, di fatto, anche in questo caso, maggiori garanzie, secondo i promotori.

Il referendum sembra proprio essere “nell’aria”, con oltre 4 milioni di firme raccolte (fra le 700.000 e le 750.000 per ciascun quesito); numeri molto alti che rendono palpabile l’interesse popolare e la sensibilità al tema. Scopriremo cosa accadrà.

Articolo di Chiara dell’Estate.

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Riforma della giustizia La non esistenza dell’omogenitorialità nell’ordinamento italiano.

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