La non esistenza dell’omogenitorialità nell’ordinamento italiano.

L’Europa è stata dichiarata zona di libertà per le persone Lgbtq+, ma è davvero così? In riferimento alla nostra Italia sembrerebbe proprio di no per certi versi; sicuramente dal punto di vista socio-culturale non è così. Tra i fatti di cronaca più eclatanti vi è l’aggressione di un ragazzo omosessuale, in una stazione della metropolitana di Roma, malmenato perché si era scambiato un bacio con il proprio compagno. Un comportamento vergognoso che, alla luce di tutto ciò, descrive chiaramente l’arretratezza della nostra realtà e che fa capire che c’è bisogno di un intervento da parte delle istituzioni. La vita, l’incolumità di una persona, non possono essere influenzate e condizionate dal proprio orientamento sessuale. La discriminazione per sesso o per la sessualità non può avvenire; nel 2021 è inaccettabile vedere l’omosessualità come qualcosa di sbagliato e, per giunta, qualcosa che motivi un’aggressione. In Italia nel 2016 sono state istituite le unione civili tra persone dello stesso sesso con legge del 20 maggio 2016 n.76, meglio nota, come risaputo, come legge Cirinnà. Questo è stato l’inizio dell’idea di formazione di una famiglia per le coppie omosessuali, ma, né tale legge, né altre, prevedono un qualcosa di inerente all’adozione per loro, né dal punto di vista legale, sono riconosciuti per entrambi i membri della coppia i figli adottati all’estero o avuti con la maternità surrogata. Con omogenitorialità si intende il rapporto tra una coppia omosessuale e i figli che crescono in quella coppia, sia nati da precedenti relazioni eterosessuali, sia che siano nati da un piano di vita della coppia stessa ricorrendo a tecniche di procreazione medicalmente assistita o a maternità surrogata. La fecondazione eterologa e la maternità surrogata sono pratiche che non sono riconosciute in Italia. Insomma, non esiste una legge che regoli o tuteli la genitorialità di una coppia omosessuale. Il nostro ordinamento riconosce solo la responsabilità del genitore biologico, mentre quella del genitore elettivo non esiste dal punto di vista legale.
Sul tema dell’omogenitorialità la Corte Costituzionale, il 4 novembre 2020, si è espressa sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Venezia in merito alla legge n. 76/2016 sulle unioni civili e al D.P.R. n. 396/2000 in materia di atti dello stato civile.
Una disciplina che, per il Tribunale di Venezia, violerebbe i diritti della cosiddetta “madre intenzionale” (unita civilmente a quella biologica) precludendole la registrazione come genitore del bambino, nato a seguito di fecondazione eterologa e del minore. La Corte ha dichiarato la questione di legittimità inammissibile, rilevando che il riconoscimento del diritto all’omogenitorialità non è costituzionalmente imposto, ma nemmeno precluso, tuttavia è perseguibile soltanto per via normativa. Per essa non sussiste un appiglio costituzionale a ciò, ma tale scelta, tale istituzione, è rimessa al Parlamento:

“Ed invero, la scelta, operata dopo un ampio dibattito dal legislatore del 2016 – quella, cioè, di non riferire le norme relative al rapporto di filiazione alle coppie dello stesso sesso, cui è pur riconosciuta la piena dignità di una «vita familiare» – sottende l’idea, «non […] arbitraria o irrazionale», che «una famiglia ad instar naturae – due genitori, di sesso diverso, entrambi viventi e in età potenzialmente fertile – rappresenti, in linea di principio, il “luogo” più idoneo per accogliere e crescere il nuovo nato» (sentenza n. 221 del 2019). E tale scelta non viola gli artt. 2 e 30 Cost., per i profili evidenziati dal giudice a quo, perché l’aspirazione della madre intenzionale ad essere genitore non assurge a livello di diritto fondamentale della persona nei sensi di cui al citato art. 2 Cost.
A sua volta, l’art. 30 Cost. «non pone una nozione di famiglia inscindibilmente correlata alla presenza di figli» e «[l]a libertà e volontarietà dell’atto che consente di diventare genitori […] non implica che […] possa esplicarsi senza limiti» (sentenza n. 162 del 2014). E ciò poiché deve essere bilanciata, tale libertà, «con altri interessi costituzionalmente protetti: […] particolarmente quando si discuta della scelta di ricorrere a tecniche di PMA, le quali, alterando le dinamiche naturalistiche del processo di generazione degli individui, aprono scenari affatto innovativi rispetto ai paradigmi della genitorialità e della famiglia storicamente radicati nella cultura sociale, attorno ai quali è evidentemente costruita la disciplina degli artt. 29, 30 e 31 Cost., suscitando inevitabilmente, con ciò, delicati interrogativi di ordine etico» (sentenza n. 221 del 2019).
Quanto poi al prospettato vulnus all’art. 3 Cost., è pur vero che la giurisprudenza, anche di legittimità (Corte di cassazione, sezione prima civile, sentenze 15 giugno 2017, n. 14878 e 30 settembre 2016, n. 19599), ammette il riconoscimento in Italia di atti formati all’estero, dichiarativi del rapporto di filiazione nei confronti di “due madri”, ma, come è stato già rilevato, «[l]a circostanza che esista una differenza tra la normativa italiana e le molteplici normative mondiali è un fatto che l’ordinamento non può tenere in considerazione. Diversamente opinando, la disciplina interna dovrebbe essere sempre allineata, per evitare una lesione del principio di eguaglianza, alla più permissiva tra le legislazioni estere che regolano la stessa materia» (sentenza n. 221 del 2019).
Né diversamente rilevano, infine, le richiamate fonti europee, poiché sia la Carta di Nizza sia la CEDU, in materia di famiglia, rinviano in modo esplicito alle singole legislazioni nazionali e al rispetto dei principi ivi affermati. E, in particolare, la giurisprudenza della Corte EDU ha affermato in più occasioni che, nelle materie che sottendono delicate questioni di ordine etico e morale, gli Stati conservano – segnatamente quanto ai temi sui quali non si registri un generale consenso – un ampio margine di apprezzamento (tra le altre, sentenze 28 agosto 2012, Costa e Pavan contro Italia; grande camera, 3 novembre 2011, S.H. e altri contro Austria). Nello stesso senso la Corte EDU ha recentemente chiarito che gli Stati non sono tenuti a registrare i dettagli del certificato di nascita di un bambino nato attraverso la maternità surrogata all’estero per stabilire la relazione legale genitore-figlio con la madre designata: l’adozione può anche servire come mezzo per riconoscere tale relazione, purché la procedura stabilita dalla legislazione nazionale ne garantisca l’attuazione tempestiva ed efficace, nel rispetto dell’interesse superiore del minore (grande camera, parere 10 aprile 2019)”.

All’inizio del 2021 la Corte Costituzionale si è trovata, di nuovo, davanti allo stesso problema. Con le sentenze n. 32 e 33 del 2021, a fronte della ancora mancanza di disposizioni specifiche in materia, ha preferito non prendere posizione, limitandosi a dichiarare l’inammissibilità delle questioni di legittimità. In seguito, ha invitato formalmente il Legislatore a definire una regolamentazione.

Inversione di pensiero per la Corte d’Appello di Bari che, a marzo 2021, ha riconosciuto ufficialmente due papà. Pur ritenendo necessario l’intervento del Legislatore in materia, è nell’interesse dei minori vedere tutelata la propria identità personale e familiare ai sensi dell’art. 8 CEDU. Due gemelli di Bari, infatti, hanno avuto il riconoscimento non solo del genitore biologico, ma anche di quello elettivo sull’atto di nascita.

Articolo di Luisa Sbarra

0
Referendum “giustizia giusta”: quel che c’è da sapere. Uomini che odiano le donne: il titolo di un romanzo o un’amara verità?

Nessun commento

No comments yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *