La giustizia “mancata” (?): il massacro del Circeo


A 46 anni dalla terribile strage del Circeo che coinvolse 2 giovanissime ragazze, come ogni anno, ripercorriamo la cronologia dell’orrore attuata da quei “3 bravi ragazzi”, come li dipinsero le cronache del tempo.
La storia in questione è molto delicata, terribile, dal sapore perverso e sadico: una di quelle narrazioni che non si vorrebbero mai sentire né scrivere, in cui è lasciato poco spazio alla fantasia di forme e dove i tasselli compongono, di volta in volta, un mosaico dal contenuto inquietante. La lettura, per cui, non è consigliata ad un pubblico particolarmente sensibile.
Tutto ebbe inizio nel settembre del 1975, quando Donatella Colasanti e Rosaria Lopez conobbero, all’uscita dal cinema, un tale di nome “Carlo”, a cui la prima, dopo una chiacchierata, diede il suo numero di telefono con la promessa di rivedersi il giorno dopo. Di fatti, l’indomani, le giovani furono coinvolte dal medesimo a prendere un caffè in un bar, ai piedi del “FUNGO”, nel quartiere dell’EUR, ma questi non si presentò mai all’appuntamento; al contrario, si palesarono altri due, spacciandosi per amici di “Carlo”: Angelo, poco più che ventenne, la corporatura minuta e gli occhi enormi che roteavano seguendo il suo eloquio brillante, il sorriso spavaldo da ragazzo viziato, si era presentato come studente in medicina; Gianni, l’altro ragazzo anche lui magro, ventenne, allo stesso modo, con folti capelli che gli ricadevano sugli occhi, studiava architettura: entrambi del quartiere Parioli, avevano frequentato le scuole migliori, erano colti e agli occhi delle due ragazzine della Montagnola, affascinanti. Fu così, tra una chiacchiera e l’altra, che i due invitarono le amiche a una festa fuori Roma, nella casa al mare di un altro giovane, Villa Moresca, e da lì, affacciati dal promontorio del Parco del Circeo, avrebbero visto lo splendido panorama dell’Isola di Ponza. Non c’era, quindi, motivo di dire di no. Eppure, a posteriori, non sarebbe stata una cattiva idea, ma nessuno avrebbe potuto immaginare una brutalità di pari genere. All’arrivo alla villa il venerdì pomeriggio la casa era esattamente come descritta: grande, due piani, taverna e garage, immersa nel verde, ma era vuota e della festa neanche l’ombra. Donatella e Rosaria, la prima studentessa di 17 anni, la seconda barista maggiore di due anni, <>, come riporta il noto sito “fanpage.it”, e infatti, quando spuntò la pistola di Angelo Izzo, le due ragazzine scoppiarono in lacrime. In casa, inoltre, li aspettava un altro complice dei due ragazzi: bruno, dagli occhi scuri e labbro imbronciato, aveva l’aspetto di un quindicenne e si chiamava Andrea Ghira. <> disse <>. Le due ragazze furono spogliate: via gli indumenti, gli anelli, qualsiasi oggetto che potesse identificarle. <> (dalla testimonianza di Donatella, unica sopravvissuta al massacro). Quei “tre bravi ragazzi” avevano già delle pendenze penali a loro carico, per stupro e rapina a mano armata, ma condannati a pene lievissime:<< Si divertivano così, i giovani neofascisti della Roma bene, rapinavano per ottenere soldi destinati alla ‘causa’ dell’eversione nera, stupravano, uccidevano e poi tornavano a casa per cena, proprio come fece Andrea, che interruppe il festino dell’orrore per presenziare alla cena di famiglia a Roma>>, sottolinea “fanpage.it” che continua <>. Quella stessa notte Rosaria morì e Donatella, dopo stupri, molestie, ripercussioni, violenze di ogni genere, sprangate, si finse morta per salvarsi la vita. I corpi delle due furono caricati nel baule dell’auto: dalla nicchia buia la ragazza viva sentì il motore dell’auto che partiva, le voci dei tre che scherzavano tra loro: <>. Poi si fermarono, gli sportelli sbatterono, l’auto si raffreddò. Donatella capì che quello era il momento di chiedere aiuto e cominciò a richiamare l’attenzione, sbattendo le mani sul cofano finché un gruppo di persone lì vicino avanzarono e, alla fine, il portellone si aprì. Un giovane fotografo, che aveva sentito quella flebile vocina, si era avvicinato per immortalare per primo con uno scatto quel ritrovamento, così agghiacciante, che rimase nella storia, accostato a quel mostruoso evento. I carabinieri furono avvertiti immediatamente, la ragazza ricoverata, l’altra coperta e dichiarata ufficialmente morta. Le indagini partirono subito, i 3 ragazzi furono messi in fuga, ma per 2 di loro la latitanza durò poco: si trattava di Gianni e Angelo che furono catturati e processati. La difesa puntò ad attenuare la responsabilità dei due, sostenendo la non premeditazione e lavorando sulla demolizione della credibilità e della reputazione delle vittime: un’operazione estremamente facile negli anni Settanta, quando la dignità femminile nei casi di stupro era pressocché inesistente. Nell’estate del 1976 cominciò un processo di fuoco: la famiglia di Rosaria Lopez rinunciò a costituirsi parte civile dopo aver accettato un risarcimento di cento milioni di lire dalla famiglia di Gianni Guido; al contrario, al banco dei testimoni, che, ben presto, si trasformò in un banco degli imputati, c’era la sola Donatella Colasanti: la vittima venne difesa dall’avvocato Tina Lagostena Bassi, pioniera della lotta per la dignità delle vittime femminili, e, come previsto, fatta a pezzi. Alla fine, grazie alla personale battaglia dell’unica sopravvissuta, il tribunale condannò all’ergastolo i tre aguzzini: gli italiani si svegliavano per la prima volta in un paese più moderno e attento ai diritti di genere, ai diritti umani. Una sentenza storica che sottolineava e ricalcava soprattutto la dignità femminile, fino ad allora calpestata. E mentre i due furono scortati in carcere per scontare le loro pene, Andrea Ghira, latitate dal 1975, si arruolò nella Legione Straniera, con il nome di Massimo. In una lettera spedita e rintracciata dalle forze dell’ordine, l’uomo parlava ai suoi due complici, affermando che questi sarebbero usciti “per buona condotta” e che egli stesso avrebbe provveduto ad uccidere <> la giovane donna. Nel 1994 un cadavere rinvenuto in Spagna è stato identificato come quello dell’ex neofascista romano, ma le famiglie Lopez e Colasanti non hanno mai creduto che fosse veramente il cadavere del loro carnefice. Nel 2021, alla 78esima edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica della Biennale di Venezia, è stato presentato, fuori concorso, il film tratto dall’omonima vicenda, dal titolo “La scuola cattolica”, in cui:<< non si mostra la violenza, ma ci si muove sul filo della suggestione “per non spettacolarizzarla”, così da lasciare la responsabilità al pubblico, soprattutto maschile, di capire cosa è successo>> ha detto Mordini in un’intervista. <> ha proseguito <>; il regista ha poi concluso <>. Donatella Colasanti, la cui intera esistenza è stata segnata dalla notte al Circeo, non si è mai sposata, non ha mai avuto figli ed è morta di cancro a 47 anni, nel 2005: la donna che, in quella tragedia, si è salvata fingendosi morta, ha passato la vita a fingersi viva, senza mai dimenticare l’orrore subito.
di Livia Esposito
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