La strage di Ustica: un incidente diplomatico o un piano magistralmente orchestrato?

Articolo di Livia Esposito

A quarant’anni dalla terribile strage che si abbatté nel cielo di Ustica, in Sicilia, tutti gli scenari e le ipotesi sono ancora aperti. Gli anni ’80 furono un decennio travagliato e difficile: la loggia P2, l’incidente di Vermicino, in cui perse la vita il piccolo Alfredino di 6 anni, la strage di Ustica, una situazione politica italiana sempre più difficile, la strage alla stazione di Bologna. Ma cosa successe? Di cosa stiamo parlando? La sera del 27 giugno 1980 ventuno aerei militari di diverse nazionalità dividevano i cieli italiani «in una guerra non dichiarata», questa l’espressione del giudice Rosario Priore che ha indagato per anni sulla strage di Ustica, cioè sull’abbattimento del Dc9 decollato da Bologna e mai arrivato a Palermo, con 69 adulti e 12 bambini a bordo: da uno di quegli aerei militari partì con ogni probabilità il missile che colpì il volo civile dell’Itavia, la compagnia aerea, nella cui scia si celava – fuori dai radar – il bersaglio mancato. Potrebbe sembrare un film, invece è tutto vero: un attacco ai civili in tempi di pace. Uno scenario dal quale non si può prescindere per comprendere il perché delle tensioni che scuotevano l’area del Mediterraneo che ebbero un ruolo chiave in questa vicenda: la Francia di Giscard d’Estaing e gli Stati Uniti del declinante Carter (di lì a poco sotto Reagan) da un lato, la Libia di Gheddafi, a cui si dice si puntasse in realtà, dall’altro, con il Governo italiano stretto in una complicata mediazione sia per non tradire la fiducia degli alleati insofferenti nei confronti del Colonnello e del suo sostegno a tante azioni terroristiche sia, al tempo stesso, per continuare a tessere buone relazioni con Tripoli, fornitrice di petrolio e commesse. Il 1980 è anche l’anno dell’instabilità provocata dai nuovi assetti in Medio Oriente dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan e il potere preso da Khomeini in Iran, oltre che della morte di Tito. <>, così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una dichiarazione nel giorno della ricorrenza della strage. Ci si è sempre chiesti se fosse stato un incidente o un vero colpo per ferire lo stato. <> ci riporta il “SOLE 24 ORE” in una lunga inchiesta. Parole, queste, che faranno riaprire l’inchiesta, ancora in corso, dopo un calvario giudiziario segnato da insabbiamenti, reticenze, opacità oltre che – per i primi sei anni – dall’indifferenza della politica, ma non sociale, perché, soprattutto chi questa strage l’ha vissuta in prima persona, non si poteva e doveva chiudere gli occhi di fronte a questo orrore. Il relitto del Dc9 fu recuperato solo tra il 1987 e il 1988; le cose cambiarono nel 1990 con l’arrivo di Priore, il quale colse immediatamente anche il peso delle implicazioni internazionali, tanto da procedere con circa 300 rogatorie. Grazie alla meritoria e pressante campagna della stampa e delle televisioni, si misero in relazione i resti del Mig libico ritrovato sulla Sila nel luglio dell’80 con Ustica, sconfessando la tesi secondo cui quel Mig e il cadavere del pilota potessero trovarsi sulle montagne calabresi solo dal 18 luglio. Eppure la strage di Ustica rimane senza colpevoli e si concluse con l’assoluzione al processo dei quattro generali dell’Aeronautica militare accusati di alto tradimento per «aver impedito, tramite la comunicazione di informazione errate, l’esercizio delle funzioni del governo» (citazione presa dalla sentenza stessa); in più la distruzione di prove, la sparizione di documenti, il mancato apporto dei dieci radar dislocati nella zona del Tirreno, la dicono lunga sulla questione in esame e sull’assoluzione stessa e rimangono, comunque, nella memoria pubblica: si disse che il Dc9 fosse al posto sbagliato nel momento sbagliato. Solo 39 i corpi identificati: ecco perché è più corretto parlare di strage, sebbene con le dovute distinzioni rispetto ad attentati di matrice terroristica come piazza Fontana o piazza della Loggia; ma non fu nemmeno un canonico incidente aereo: le menzogne e il muro di gomma hanno ostacolato la ricerca della verità rendono appropriata l’espressione “strage”. Con l’anniversario dei 41 anni, il 27 giugno, non si smette giustamente di ricordare e di chiedere giustizia e verità su un episodio, forse doloso o forse colposo, che, però fa parte dell’identità della prima repubblica, lesa e macchiata ancora una volta irreparabilmente, e su una storia, sì internazionale, ma soprattutto italiana, che ha ancora molto da dire e, nei suoi lunghi silenzi, da insegnare.

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