La fragilità di uno studente: la storia di Antonio.

Articolo di Gabriele Ciotola.

Lunedì 19 luglio, alle ore 11 circa, presso il cortile della Facoltà di Lettere e filosofia sita in via Porta di Massa, si è consumata una tragedia. Ad esserne vittima è stato uno studente come noi, un ragazzo di soli 25 anni, Antonio C., originario di Torre del Greco. Le indagini sono ancora in corso, ma l’ipotesi più plausibile è che si sia trattato di un suicidio per motivi legati alla carriera universitaria. Sì, perché Antonio aveva raccontato ad amici e familiari che quel giorno avrebbe discusso la tesi di laurea, che era arrivato anche per lui il tanto agognato giorno. Ma la realtà si è rivelata ben diversa: ad Antonio mancavano ancora molti esami e la rete di bugie che aveva tessuto presto sarebbe venuta a galla. 

Non è la prima volta che si consumano tragedie come questa, la verità è che Antonio rappresenta le angosce e le paure di moltissimi studenti. Viviamo in una società che ci impone determinati standard: dobbiamo laurearci in fretta e possibilmente con il massimo dei voti, altrimenti nessuno ci prenderà in considerazione nel mondo del lavoro. L’Università si sta trasformando sempre di più in uno spietato luogo di competizione, dove tutti siamo soli e chi rimane dietro  è costretto a rincorrere.

Poi c’è il problema del dialogo con gli altri: ma perché dev’essere così difficile rispondere alla domanda “Quanti esami ti mancano?” oppure“Quando ti laurei?” Forse perché abbiamo paura di deludere le aspettative, soprattutto quelle dei nostri genitori che in noi ripongono sogni e speranze. La paura del fallimento ci attanaglia, ci stritola in una morsa da cui non riusciamo a liberarci. E gli amici? Anche con loro ci vergogniamo di esprimere ciò che abbiamo dentro. Dobbiamo sempre mostrarci invincibili, collezionare titoli e trofei, perché la paura che loro perdano interesse, che ci giudichino e ci abbandonino è troppo forte. Quello che purtroppo spesso non riusciamo a comprendere, è che i veri amici, così come i genitori, ci resteranno accanto a prescindere dai nostri “fallimenti”, se così vogliamo chiamarli.

La storia di Antonio è un po’ la storia di ognuno o almeno della maggior parte di noi. Noi studenti universitari “gettati” in un mondo spietato come carne da macello, un mondo che non si cura dei più fragili e dove primeggiare è l’unica cosa che conta. Il gesto di Antonio deve far discutere:l’Università è un luogo di crescita e di educazione. E se l’Università non riesce a tirare fuori il meglio da noi ragazzi, allora ha fallito! Gli studenti dovrebbero sentirsi accompagnati e sereni nel percorso educativo dell’università, per poi sentirsi pronti ad entrare nel mondo lavorativo e professionale. Gli studenti dovrebbero sentirsi meno numeri e più persone!

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