Maternità surrogata

Articolo di Vincenzo Bosso

La maternità surrogata, conosciuta anche come utero in affitto, è una tecnica di procreazione assistita in cui una donna, la gestante, porta in grembo un concepito di cui non sarà la madre legale. L’espressione indicata viene comunemente utilizzata tanto per il caso in cui la donna gestante mette a disposizione il suo utero dietro corrispettivo, quanto per il caso in cui lo fa a titolo gratuito e ciò solleva dei dubbi relativamente la compatibilità di questa pratica con i diritti fondamentali della persona umana generalmente garantiti dall’art. 2 Cost, comportando una mercificazione del corpo femminile, in quanto, in caso di corrispettivo a fronte della prestazione, il bambino viene equiparato ad un prodotto commerciale. A supporto di questa tesi è l’art. 3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE il quale afferma che non è possibile fare del corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro; mentre opinione diametralmente opposta è quella di Giuditta Brunelli, secondo il quale l’abolizione universale della maternità surrogata lederebbe il diritto di una donna ad autodeterminarsi e quindi di scegliere liberamente e consapevolmente di intraprendere una gravidanza per altri a fini solidaristici.
La maternità surrogata può avere diverse forme:
Gestionale, quando un embrione prodotto con un ovulo o spermatozoi dei genitori destinatari è impiantato nella madre surrogata;
Tradizionale, quando la madre surrogata viene inseminata artificialmente con lo sperma del padre, così da essere legata biologicamente al bambino.
L’espressione maternità surrogata deriva dall’omonimo istituto di diritto civile, la surrogazione, che consiste nella sostituzione del creditore con altra persona; il terzo che paga subentra nelle ragioni del creditore. Ordinariamente l’espressione madre surrogata viene utilizzata al fine di indicare la madre gestazionale. In Italia la maternità surrogata è una pratica penalmente condannata. Infatti, la legge n.40/2004 all’art. 12 comma 6 del capo V dichiara: “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”. Nonostante ciò, c’è da dire che coloro i quali ne hanno la possibilità economica, hanno fatto ricorso a questa pratica in ordinamenti stranieri in cui è consentita: si parla, a proposito, di “turismo procreativo”.
La questione relativa la maternità surrogata non è semplice da affrontare anche perché occorre offrire un’adeguata tutela al bambino che esiste ed è terzo, leso e in buona fede; infatti, rispetto ad esso vanno prese le decisioni atte a proteggere il “best interest of child” da intendere non come “superiore” bensì come “migliore interesse per il minore”, per sottolineare l’interesse del bambino non solo è superiore ma occorre anche realizzarlo nel miglior modo possibile. Ciò è portato a compimento se viene rispettata la continuità dello status di figlio, il diritto alla vita privata del bambino (che fa propendere per la tutela della continuità dello status di figlio assunto all’estero, per evitare che il bambino si trovi in una situazione di incertezza riguardo la sua identità nella società civile) e l’eventuale consolidamento della vita familiare di fatto tra il minore e i genitori intenzionali. Questo parametro è ricavato in via giurisprudenziale dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo che impone di valutare se, tra i soggetti in questione, si siano creati legami emozionali, nel qual caso misure limitative di tale situazione sono da adottare solo in casi estremi.

Anche il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) ha dichiaratamente condannato questa pratica in modo definitivo, quanto meno con riferimento alla maternità surrogata compiuta dietro corrispettivo. Con la mozione intitolata Maternità surrogata a titolo oneroso, datata 18 Marzo 2016, ha ricordato che “il corpo umano e le sue parti non debbono essere, in quanto tali, fonte di profitto” e che “la maternità surrogata è un contratto lesivo della dignità della donna e del figlio sottoposto come un oggetto a un atto di cessione”.
Con la sentenza n. 33 del 09/03/2021 la Corte Costituzionale afferma che l’interesse superiore del minore a veder riconosciuto il legame di filiazione anche con il genitore non biologico, deve essere bilanciato con lo scopo legittimo dell’ordinamento a disincentivare il ricorso alla pratica della maternità surrogata, penalmente sanzionata.
Escludendo quindi la possibilità di trascrivere le sentenze straniere di riconoscimento della filiazione, la Consulta chiede che sia il legislatore a porre mano ad una speciale procedura di adozione per consentire la tutela del diritto del minore. Nella suddetta sentenza del 2021, attraverso un lungo iter argomentativo, la Corte Costituzionale, pur confermando la posizione delle Sezioni Unite sulla contrarietà all’ordine pubblico della maternità surrogata, pone un principio importante di tutela del minore.
La Consulta ribadisce prioritariamente la posizione già assunta in precedenti pronunce (sent. 272/2017) per la quale il divieto penalmente sanzionato di surrogazione di maternità è un principio di ordine pubblico posto a tutela di valori fondamentali. La maternità surrogata, si legge nella motivazione, “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”. Inoltre, gli accordi con la donna prestatrice di utero comporterebbero il rischio di sfruttamento della vulnerabilità di donne economicamente bisognose o in condizioni sociali disagiate, le quali verrebbero indotte ad accettare la gravidanza solo per motivi di bisogno, dovendo poi consegnare il bambino a terzi.
La Corte ricorda che anche il Parlamento Europeo con la risoluzione del 13 dicembre 2016 ha ribadito la condanna di “qualsiasi forma di maternità surrogata ai fini commerciali”.

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