Alfredino Rampi: poteva andare diversamente?

Articolo di Livia Esposito

«Era diventato un reality show terrificante» disse Piero Badaloni, «Ammesso che ce ne fossero le condizioni, se quel giorno fosse avvenuto un colpo di Stato, la gente avrebbe risposto: “Va bene, però lasciami vedere che succede a Vermicino”» continuò Emilio Fede: a distanza di quarant’anni la storia del piccolo Alfredo Rampi fa ancora discutere e smuove le coscienze. Ma cosa successe esattamente la notte del 10 giugno 1981? E perché l’Italia intera si fermò in quel paese, sino ad allora sconosciuto, vicino Frascati? Perché tutti i riflettori erano puntati su una normale e, sin ad allora, felice famiglia? Tutto accadde in una notte: quella, appunto del 10 giugno, quando il piccolo Alfredo, per tutti Alfredino, 6 anni, di ritorno da una passeggiata notturna con il padre Ferdinando, il fratellino di 2 anni e un amico paterno, non rincasò, come invece aveva promesso al genitore che lo aveva lasciato andare fiducioso. Alle 9:30 di sera furono chiamati i soccorsi, tutti iniziarono a cercarlo e la nonna, per prima, ipotizzò che fosse caduto in pozzo, non distante dall’abitazione. Ebbene successe quello che si era previsto: il bimbo fu trascinato giù prima per 36 metri e, successivamente, fino a 60. <> ci ricorda il “SOLE 24 ORE” proprio perché questa terribile vicenda ghiacciò gli animi da nord a sud della penisola: per tre giorni e tre notti le televisioni non parlarono di altro, tutti speravano e pregavano accanto alla famiglia del piccolo, colpita da un dolore troppo grande; l’opinione pubblica si divideva: c’era chi pensava che si stesse facendo di tutto per salvare quel bambino, c’era, invece, chi credeva che tutto fosse lasciato all’improvvisazione, poiché ci furono una raffica di tentativi falliti sotto i riflettori, che misero in evidenza le carenze per affrontare gli interventi d’emergenza, ma che portarono alla formazione della protezione civile, come la conosciamo noi oggi, dotata di ogni misura per assicurare il migliore intervento anche nelle condizioni peggiori. <>, prosegue il sopracitato quotidiano. I televisori restarono accesi giorno e notte, con una grande partecipazione emotiva; lo sconforto e la speranza si alternavano di ora in ora. La vicenda di Alfredino tenne tutto il Paese col fiato sospeso: il teatro del dramma si trasformò subito in un circo mediatico, un drammatico reality show andò in onda in tutte le case degli italiani, con una diretta no stop della Rai durata tre giorni. La tv di Stato voleva raccontare a reti unificate il salvataggio di Alfredino, ma la diretta, che iniziò quasi per caso, si trasformò in una tragedia vissuta in prima persona dagli italiani quando fu dichiarata prima la morte presunta, successivamente confermata con atto sottoscritto. Il cadavere verrà rinvenuto l’11 luglio dello stesso anno. Ma perché quel pozzo non fu coperto? Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, venendo a conoscenza dell’esistenza del suddetto, sebbene gli fosse stato detto che fosse coperto, pretese di ispezionarlo ugualmente e, fatta rimuovere la lamiera appoggiata e tenuta da un grosso sasso, infilò la sua testa nell’imboccatura, riuscendo così a udire i flebili lamenti del piccolo; si scoprì solo poi che il proprietario del terreno sovrastante aveva messo la lamiera sulla fessura intorno alle ore 21:00, senza minimamente immaginare che all’interno ci fosse intrappolato un bambino, ma soprattutto dopo che erano già iniziate le ricerche. Amedeo Pisegna, questo il nome dello stesso, abruzzese di Tagliacozzo, 44 anni, insegnante di applicazioni tecniche a Frascati, verrà in seguito arrestato con l’accusa di omicidio colposo e con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni. Le operazioni di salvataggio complicarono subito lo scenario, facendo moltiplicare discussioni ed errori: la tavoletta di legno calata dai Vigili del fuoco per fare in modo che Alfredino vi si aggrappasse, si rivelò subito un tragico errore, poichè si incastrò a 25 metri di profondità e rese inaccessibile il pozzo; dunque arrivarono gli speleologi del soccorso alpino: il caposquadra Tullio Bernabei si calò nel pozzo a testa in giù per togliere la tavoletta, ma si fermò a due metri dal traguardo per le asperità del pozzo, vide e parlò con Alfredino, ma non riuscì a raggiungerlo; poi provò Maurizio Monteleone, ma anche lui non raggiunse la tavoletta, saldata sei metri sopra la testa del bambino. La diretta tv no stop scattò l’11 giugno: l’incidente di Vermicino era il collegamento di chiusura della scaletta del Tg1 delle 13.30. Il capo dei Vigili del fuoco azzardò all’inviato della Rai che erano a un passo dal recupero del bambino; il direttore del Tg, un giovane Emilio Fede, decise di mantenere la linea aperta e mandare una telecamera mobile sul posto: a Vermicino nacque così la tv del dolore. «Ma non è mai stato capito che nacque per esaltare la solidarietà, non la disperazione. Per raccontare le lacrime, le preghiere, il desiderio di salvare la vita. Far capire la speranza, il dovere e quindi la gioia di salvare», ha commentato, poi, Fede; in diretta il respiro affannoso del piccolo, la vocina flebile che chiamava la mamma, i lamenti che provenivano dalla profondità del pozzo straziarono l’intero Paese. La Rai stravolse i palinsesti e mandò avanti la diretta fiume. Dopo 63 ore di lotte, di tentativi, di speranza alternata alla disperazione, il cuore di Alfredino cessò di battere: lo stetoscopio calato nel pozzo non registrò più alcun battito cardiaco: morì sospeso in quell’abisso nero, sessanta metri sottoterra, morì nella maniera più terribile e agghiacciante un bimbo di soli 6 anni che voleva tornare a casa da solo per dimostrare, a modo suo, di essere autonomo. Per assicurare la conservazione del corpo, il magistrato di turno ordinò che fosse immesso nel pozzo del gas refrigerante, azoto liquido a −30 °C: furono i minatori della Solmine di Gavorrano a estrarre dal pozzo il corpicino di Alfredino Rampi, o meglio una squadra di 21 minatori volontari che si alternarono per una settimana dal 4 luglio, nel triste compito, lavorando in tre turni di otto ore, alternando martelli pneumatici a picconi. Fu nella notte del 10 luglio che la squadra di turno entrò in contatto con una bolla di terreno ghiacciato dall’effetto dell’azoto liquido e il mattino dopo si scopri una gamba del piccolo, poi i calzoncini rossi affiorarono dalla terra: il piccolo era in posizione fetale. Alle 15 dell’11 luglio il recupero. «Quando arrivò in superficie era ridotto a un blocco di ghiaccio, fu un momento molto emozionante», sottolineò Stacchini nelle cronache dell’epoca. Molti piansero. In quella diretta tv tutti pensavano di seguire un fatto di vita, speranza, ma si trovarono invece di fronte a un tragico epilogo. Se si fosse salvato oggi avrebbe 46 anni e sono molti ancor oggi a pensare che con una diversa organizzazione, Alfredino avrebbe potuto farcela. «Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.» chiosò Giancarlo Santalmassi durante l’edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno 1981.
Ma perché se ne parla? Sicuramente affinchè il piccolo non sia mai dimenticato, così come non si dimentichino tutti gli sforzi fatti, vani o meno, fatti per salvare la vita allo stesso, per fare in modo che “incidenti” simili non accadano mai e, soprattutto, affinchè gli sforzi della madre, una grande donna che seppe mettere da parte il dolore in quella circostanza così difficile, contribuendo al miglioramento della protezione civile, in termini di mezzi e risorse, affinchè in circostanze simili a quella da lei vissuta, si potessero attuare protocolli più efficienti ed immediati, prevenendo finali così tragici.

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