Il caso Lara Lugli: quando lo sport resta in panchina.

Articolo di Livia Esposito.

Sembra assurdo che nel XXI secolo faccia così tanto rumore una gravidanza, vero? Eppure una giovane donna, una famosa pallavolista italiana, è stata vittima per l’ennesima volta di un mondo ancora troppo ancorato al retaggio maschilista. Lara Lugli, classe 1980, nel 2019 resta incinta e da quel momento la sua vita, e carriera, ha decisamente preso una piega diversa: come? Sul suo profilo Facebook è comparso pochi giorni fa un post in cui la giovane mostrava il rifiuto della squadra di versarle l’ultimo stipendio; anzi, la stessa, si è vista recapitatale una lettera di risarcimento danni per non aver mai comunicato alla squadra l’intenzione di avere figli e, soprattutto, per aver portato a termine la gravidanza, interrompendo la stagione sportiva e causando la perdita di molti punti per il suo gruppo e il ritiro dello sponsor. Un aspetto queto che ha il sapore dell’assurdo: fino a pochi anni fa le donne si vedevano chiedere dal proprio capo, spesso appartenenti allo loro stesso genere, se avessero in animo di avere figli; addirittura alle volte si arrivava a far firmare il cosiddetto “licenziamento in bianco”, uno strumento di tutela per il capo, un vero e proprio ricatto per la dipendente. Nello sport le cose sono ancora più complicate: si pensi infatti che si è legati e vincolati ad una legge di 40 anni fa, la n°41 del 1981, che considera solo gli uomini come professionisti in questo campo, mentre le donne, anche dopo 20 anni di carriera, come in questo caso, restano dilettanti.<< Dicono i sociologi che i modelli di familismo sono 3: familismo di default (stato quasi assente); familismo sostenuto (congedi remunerati e assegni di cura); de-familizzazione (responsabilità pubblica). Il primo modello è italiano.>> (Fonte: oggi.it/Loredana Lipperini). La storia di questa giovane atleta si iscrive nella vicenda, come abbiamo già detto, del più grosso problema del mancato riconoscimento del professionismo delle atlete, ma appartiene anche ad una prassi più antica: infatti secondo l’Istat, il 27% delle donne lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Molta la solidarietà giunta alla giovane, soprattutto avendo appreso la notizia dell’aborto spontaneo subito dalla stessa ad un mese dalla scissione del contratto nel 2019: è stato proprio prima della finale di Coppa Italia A2 femminile Mondovì– Macerata, che le capitane delle due squadre hanno messo un pallone sotto la maglia segno di vicinanza alla collega, replicando il gesto in molti altri palazzetti dello sport ed estendendo ciò anche ai campionati maschili. Da ciò ha avuto luogo la campagna social #iosolo, lanciata dall’associazione Assist e da Aip, il cui l’appello è stato rivolto a tutti con lo slogan: “Lo sappiamo tutti che alle atlete incinte viene tolto ogni diritto ed è ora di porvi rimedio”. Dal canto suo il presidente della squadra di pallavolo “Pordenone” ha espresso alcune parole che hanno lasciato perplessi molti:<< Di fronte alla maternità ci siamo limitati a interrompere consensualmente il rapporto mantenendoci in costante contatto con la giocatrice anche nel doloroso momento che ha affrontato poche settimane dopo[…]Dopo la defezione di Lara noi abbiamo perso lo sponsor a causa dei risultati deludenti e dopo un anno come è stato questo a causa del Covid risorse economiche non ce ne sono>>(Fonte: fanpage.it). Di fronte a ciò la Lugli si è espressa attraverso i suoi canali social, dicendosi molto amareggiata dall’atteggiamento assunto dai suoi datori di lavoro: <> (Fonte: fanpage.it). Avere un figlio oggi per una donna è una colpa? Ci sono voluti molti anni e diversi corpi femminili sacrificati per arrivare a godere dei “privilegi” che abbiamo oggi, eppure siamo così lontani dalla normale civiltà, dalla normale parità, dove ognuno, indipendentemente dal sesso, possa usufruire di un proprio diritto senza temere di vedersi limitato nell’esercizio della propria libertà.

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