Netfliw&Law: uscita speciale.

Di Luisa Sbarra

Daredevil

“Non sono venuto a chiedere perdono per quello che ho fatto, ma per quello che sto per fare”.

Ambientata nel Marvel Cinematic UniverseDaredevil è una serie decisamente diversa da quelle che vi abbiamo consigliato finora. Non incentrata nel mondo del diritto, ma attinente in quanto il protagonista, Matt Murdockè un giovane avvocato di giorno e paladino della giustizia di notte. La serie è composta da tre stagioni, ognuna formata da 13 episodi e uno spin-off: The Punisher.

E’ stata cancellata alla terza stagione, lasciando con l’amaro in bocca parecchi fans della Marvel che amavano particolarmente tale serie per le complessità e le sfaccettature dei personaggi e per le formidabili scene d’azione. Il personaggio di Daredevil/Matt Murdockappare anche nella serie The Defenders, insieme ai personaggi di: Jessica JonesIron Fist e Luke Cage. 

Matt ha perso la vista da bambino, essendo rimasto vittima di un incidente per salvare la vita ad un anziano uomo, che stava per essere investito da un camion che trasportava scorie radioattive. Da allora però, ha sviluppato enormemente i suoi sensi, compensando cosìla mancanza della vista. E’ un abile combattente, le suespecialità sono: il saper incassare i colpi e il riuscire a rialzarsi sempre, tecniche insegnategli dal padre, ex pugile, morto per non aver voluto truccare un incontro di boxe. Con il suo amico e collega Foggy Nelson apre uno studio legale, i due però hanno idee diverse sul come gestirlo. Foggy vorrebbe accettare chiunque come cliente, cominciando così a guadagnare qualcosa, mentre Matt vuole assistere solamente le persone davvero innocenti, infischiandosene dei compensi. Di notte, con un costume improvvisato e non essendo ancora Daredevil, esercita la sua attività di giustiziere, il suo obbiettivo è salvare la sua amata Hell’s Kitchen dal crimine. Durante la prima stagione Matt dovrà vedersela con il personaggio di Wilson Fisk (interpretato magistralmente da Vincent D’Onofrio), a capo dellebande di malviventi. Matt e Foggy, aiutati dalla loro prima cliente e poi segretaria, Karen Page, e dal giornalista del New York BulletinBen Urich, metteranno insieme i pezzi per arrivare a lui e cercare di salvare il quartiere.

MINDHUNTER

Di Rosa Attennato

Mindhunter, serie tv distribuita da Netflix, che trae ispirazione dal libro La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, ripercorre le principali tappe del percorso che ha portato alla nascita del profiling e della figura del criminalprofiler.

In effetti, sebbene l’immaginario collettivo, fomentato dai numerosi film americani sull’argomento, sia abituato a vedere negli agenti FBI una sorta di eroi pronti a dare la caccia ai criminali, storicamente le cose sono andate in maniera diversa, come questa ricostruzione cerca di dimostrare.

La serie si sviluppa in due stagioni (2017-2019) e vede come protagonista l’agente speciale Holden Ford, affiancato dal collega e successivamente anche amico Bill Tench. 

Ford inizia la sua carriera all’interno dell’FBI come negoziatore, mentre Tench lavora al reparto scienze comportamentali, viaggiando per il Paese e insegnando agli agenti di polizia le nozioni basilari del comportamento criminale.

La prima stagione si apre con un giovane Ford che, all’esito di un tentativo di negoziazione fallito e sfociato in tragedia, matura la consapevolezza circa l’esigenza di approfondire lo studio della mente criminale, argomento fino a quel momento trascurato o comunque trattato superficialmente.

Dopo aver convinto del suo progetto i piani alti del Bureau, non senza ostacoli e insistenze, si vede collocato al fianco di Tench, la cui metodologia, peraltro, non lo soddisfa pienamente.

Per Ford, infatti, l’unico modo per prevenire futuri omicidi ed elaborare adeguate strategie di intervento consiste nell’entrare direttamente nella mente dei serial killer, cercando di capire che cosa li ha spinti a commettere determinate azioni e a subirne le conseguenze.  

E quale modo migliore di carpire informazioni da questi soggetti se non intervistandoli in prima persona? Holden Ford e Bill Tench, dunque, iniziano la loro avventura, decidendo di recarsi di prigione in prigione per porre domande scomode ai peggiori serial killer americani, con annesse riprese e registrazioni. 

Con questo particolare approccio il progetto, nato a discapito delle diffidenze dei superiori dei due agenti, comincia a dare i suoi primi frutti, al punto che entra a far parte del gruppo un nuovo membro, la professoressa Wendy Carr, la quale intende trovare ed isolare tutte le caratteristiche comuni ai vari serial killer tramite il metodo usato da Hold e Tench, denominato profilazione.

Questa metodologia inizia fin da subito a portare i primi successi. I due agenti, infatti, riescono ad applicare le notizie ricavate dalle loro interviste a casi concreti e pratici che il dipartimento sottopone alla loro attenzione, dimostrandosi capaci di prevenire le mosse del colpevole e di evitare esiti catastrofici o, quantomeno, di individuare l’assassino in un breve lasso di tempo dalla commissione del fatto.

Esiste, tuttavia, anche l’altra faccia della medaglia: risulta praticamente impossibile avere a che fare tutti i giorni con serial killer senza scrupoli senza che vi siano ripercussioni sulla sfera personale, sociale e sentimentale dei protagonisti. 

Non si tratta, infatti, di individui innocui o comunque pentiti delle proprie azioni, ma di veri e propri mostri, tristemente famosi in tutto il Paese per i loro orrendi crimini, come Edmund KemperMontie RisselJerry BrudosRichard SpeckTex WatsonCharles Manson e David Berkowitz.

Mindhunter svela la fragilita’ e l’emotivita’ dei due agenti protagonisti nel confrontarsi con i vari serial killer, in tal modo cancellando l’immagine dell’agente impassibile, indistruttibile ed indifferente a tutto. Le scene di azione, naturalmente, sono rarissime, concentrandosi la serie sulla psicologia e sul funzionamento della mente criminale, con un perfetto equilibrio tra la vita professionale e la vita privata di tutti i personaggi. 

Nel complesso, una serie che tiene incollati allo schermo e che si lascia apprezzare per l’introspezione dei personaggi e per la delicatezza con cui si riesce a trattare anche temi macabri ed episodi, purtroppo, realmente avvenuti. 

La narrazione potrebbe sembrare un po’ lenta in alcuni punti, ma tutto viene immediatamente recuperato nell’episodio successivo. 

Una serie consigliata soprattutto agli appassionati di psicologia criminale e, in generale, a tutti coloro che sono curiosi di scoprire quali sono tutti gli ingredienti della ricetta del serial killer.

LUPIN (nell’ombra di Arsenne): una nuova serie per una non nuova saga, firmata Netflix.

Di Livia Esposito
Era il 5 Gennaio 2021 e la nota piattaforma di streaming Netflix aveva appena lanciato quella che sarebbe diventata una delle serie più viste e chiacchierate dell’ultimo periodo: LUPIN. Questo nuovo prodotto gioca con il poliziesco, al quale aggiunge note drammatiche senza dimenticare la giusta dose di ironia, il tutto racchiuso ina una perfetta cornice parigina: i primi 5 episodi disponibili, è infatti prevista una seconda stagione, per un totale di 10 episodi, godono di un buon ritmo e sono assolutamente scorrevoli. Inoltre, la regia a tre mani, Louis Leterrier, Marcela Said, Ludovic Bernard, regala alla serie una bellezza anche estetica, supportata dalla fotografia calda, firmata da Christophe Nuyens e Martial Schmeltz: si evince senza dubbio che Lupin sia un ottimo prodotto di intrattenimento, divertente, ritmato, veloce, con aspetti meno superficiali come il rapporto con la figura paterna, riscontrati nella relazione tra Assane e il padre Babakar, ma anche tra Assane con il proprio figlio Raoul, senza dimenticare il tema del razzismo e dell’integrazione. La stagione si apre con un primo episodio che ci dà l’illusione di essere finiti in un heist movie, ovvero un thriller poliziesco in cui una banda di criminali mette in atto un abilissimo piano per cercare di portare viva una collana appartenuta alla regina Maria Antonietta; al contempo si ha la sensazione di guardare un film tratto dalla saga di Ocean’s, ambientato, questa volta, al Louvre: ovviamente, come in tutti i film della medesima categoria traspare chi fa il doppio gioco, ovviamente qualcosa va storto e ovviamente c’è la donna bellissima, ricca e senza scrupoli; non mancano, quindi tutti quei cliché che fanno parte del genere e che in fondo lo spettatore vuole, così come non manca neanche il colpo di scena finale: si ha, dunque, l’illusione di guardare la versione francese de “La casa di carta”, ma a rendere Lupin un prodotto unico, diverso e originale, è proprio la storia del protagonista che cuce insieme tutti gli episodi e che in ciascuno dei quali mette in atto un raggiro, una truffa singola e apparentemente individuale, che andrà a comporre il puzzle finale nel disegno del protagonista. Ma cosa potrebbe spingere un giovane ragazzo ad architettare tutti questi stratagemmi e a circuire, millantare, in maniera così spietata tutte le persone che lo circondano, la polizia e la sua stessa famiglia? Il padre di Assane, infatti, circa 25 anni prima fu ingiustamente condannato proprio per aver portato via la medesima collana, oggetto del furto di Assane, detenuta dalla ricca famiglia presso cui lo stesso lavorava come autista: sarà proprio la voglia di riscatto e di giustizia del figlio a tenere incollato lo spettatore allo schermo, spinto dalla curiosità di scoprire tutte le varie peripezie, che lo stesso inesorabilmente dovrà affrontare; inoltre se, da una parte, la tensione e il ritmo sono tenuti in alto dal poliziesco, la narrazione complessiva, d’altro canto, ha come collante il dramma e un razzismo velato, presente nella società francese. Il giovane è colto, raffinato e di successo, è figlio di un immigrato del Senegal e, nei suoi molteplici incontri con uomini e donne bianche, viene salutato con un “Non mi aspettavo uno come lei”, in cui per “lei” si intende un uomo nero. La chiave dell’intero racconto è il romanzo Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo di Maurice Leblanc, che il padre regala al nostro protagonista e che, lo stesso dona al proprio figlio, nella speranza di ricucire i rapporti: riferimenti e omaggi sono all’ordine del giorno, così pure anagrammi, similitudine, casi, coincidenze, somiglianze, con l’unica differenza che mentre il romanzo era ambientato agli inizi del Novecento, la sceneggiatura immette i personaggi nella contemporaneità e dona nuova linfa vitale ad un meccanismo che, altrimenti, avrebbe potuto risultarci obsoleto e dimesso. La nota N rossa ha visto negli ultimi anni il suo pubblico apprezzare l’incastro dei colpi di serie che cavalchino questo genere, ma, ovviamente, la piattaforma offre uno slancio maggiore: se la messa in scena, infatti, delle sequenze dei furti è costruita con intelligenza e una certa eleganza, lo show che ruota attorno a Omar Sy (LUPIN) sceglie di approfondire e tratteggiare con cura il suo personaggio, rivelandone poco a poco le sfumature, svelando dettagli che evocano ulteriori domande da affrontare in futuro, andando oltre i cinque episodi di questa Parte 1. Cos’altro dire? Dimenticate dunque tutto quello che l’immaginario collettivo possa offrire intorno a questa figura: non vedrete, dunque, il Lupin di Leblanc, piuttosto assaporerete e coglierete l’essenza, in una chiave molto moderna e rivisitata, del famoso personaggio della letteratura. Un consiglio? Non sottovalutate nessun aspetto, nemmeno il più infinitesimale.

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