Sarah Everard: quando la fiducia è riposta nelle mani sbagliate.

Articolo di Livia Esposito
Come ci si sentirebbe a sapere che la propria incolumità non è più al sicuro nemmeno nelle mani di chi, invece, è investito del compito di tutelarci e difenderci? In che stato d’animo dovremmo, dunque, vivere sapendo che la nostra realtà è tanto corrotta quanto squallida? Perché una ragazza, una giovane donna, non è libera di andare a trovare un gruppo di amici, per di più in una delle zone più popolose e illuminate della città, stando a quanto riportato da diverse fonti, senza correre il rischio di essere rapita, molestata e uccisa? È questo, purtroppo, il triste caso di Sarah Everard, che da settimane sta spopolando sui giornali, in tv, nelle radio: donna, 33 anni, trovata a pezzi in un bosco a sud di Londra. L’assassino: un uomo delle forze dell’ordine; un uomo, se tale può essere definito, che per di più era incaricato della protezione parlamentare e diplomatica, chiamato a difendere la tenuta parlamentare del Regno Unito e le ambasciate a Londra. Lo sgomento che attanaglia non solo il Regno Unito, ma il mondo intero, è tanto: ne è dimostrazione la manifestazione tenutasi proprio nel parco dove è stata avvistata per l’ultima volta la ragazza, Clapham Common, a cui hanno preso parte tantissime donne inglesi e non solo, raccogliendosi in rispettoso silenzio in ricordo della giovane; riflessione e preghiera sono stati interrotti da una sommossa della polizia, che intervenendo in maniera decisa e arbitraria, ha trasformato un momento di veglia nell’ennesimo scontro verso civili. È inaudito che nel ventunesimo secolo si usi ancora la forza verso gruppi di persone che protestino liberamente e pacificamente per una giusta causa: di tale parere e in accordo con i manifestanti sono state le istituzioni e il governo che si sono subito attivati in tale senso, definendo “sconvolgente” e “inaccettabili le immagini della repressione” (Fonte: money.it). Secondo quanto riporta una nota testata:<< È un dato tristemente noto che in Gran Bretagna quasi la totalità delle donne abbia subito molestie di vario genere nel corso della propria vita […] un fenomeno che non può e non deve continuare ad esistere, soprattutto se commesso da parte di coloro che dovrebbero difendere i cittadini>>. Parole forti, ma quanto di più reale ci possa essere e ciò che fa accapponare ancora di più la pelle, se possibile, è che per limitare questo fenomeno poco, davvero poco, è stato fatto in tutti questi anni da parte della politica inglese; talune testate sono addirittura arrivate a scrivere:<>, come se ci fosse una regola o più regole per evitare queste situazioni, come se fosse scontato che l’evento drammatico avrebbe avuto luogo per forza di cose, se non si fosse stati rispettosi di certi dettami, come, infine, a significare che, invece di intervenire per sanare questa orribile piaga, si fossero apportati metodi per sviare quanto di più terribile, come in questo caso, possa avvenire. Ciò che sottolinea ancora di più l’immenso potere riposto nelle mani della polizia e, dunque dei suoi uomini, è un disegno di legge, il “Police Crime, Sentencing and Courts Bill”, attualmente in discussione presso il Parlamento, la cui attuazione aumenterebbe l’arbitrio della polizia e limiterebbe il diritto a manifestare. In questi giorni, molte femministe e giornaliste, che si sono occupate delle proteste nate dal femminicidio di Sarah Everard, hanno citato il caso di Peter Sutcliffe, un serial killer britannico conosciuto come lo Squartatore dello Yorkshire, che negli anni Settanta uccise tredici donne nella zona di Leeds: i due casi, per quanto siano molto diversi per modalità, contesto e tempi, hanno anche qualche punto in comune, che può essere utile isolare per capire meglio l’importanza delle proteste nate dal tale femminicidio. Inoltre, intorno al caso Sutcliffe, che è stato raccontato in una docuserie su Netflix intitolata “The Ripper”, vi fu una grande attenzione mediatica, soprattutto per le modalità con cui la polizia aveva scelto di condurre le indagini: per diversi anni, infatti, non si fecero progressi nella ricerca e nell’identificazione del killer, perché ci si basò su una serie di pregiudizi legati alle vittime e la polizia affermò, per altro, che l’uomo uccideva prostitute, o meglio donne che la polizia aveva arbitrariamente indicato come tali, piegando ogni sua azione e intervento intorno a questa teoria. Quando avvenne un nuovo femminicidio che coinvolse una studentessa e non una presunta prostituta, l’opinione pubblica cominciò a colpevolizzare la vittima e la polizia istituì, di fatto, una specie di coprifuoco per le donne: iniziò pubblicamente a invitarle a restare a casa, a non uscire di sera da sole o a farsi accompagnare da un uomo sconosciuto. Le donne che vissero quel momento raccontano che cominciarono effettivamente ad essere più prudenti e a prendere precauzioni, non molto diverse, però, da quelle che già praticavano e che erano state insegnate loro fin da bambine. Accadde, però, che a un certo punto si ribellarono:<< sulla spinta dei movimenti femministi cominciarono a denunciare questo tipo di restrizioni e a organizzare marce in tutto il paese “Non siamo noi ad uccidere”, “Se l’assassino è un uomo, sono gli uomini che devono restare a casa, non le donne”, “Via gli uomini dalla strada”, “Rivendichiamo la notte”, “Nessun coprifuoco per le donne, coprifuoco per gli uomini”, si leggeva sui cartelli e sui volantini che portavano in manifestazione>> (Fonte: ilpost.it). Nella docuserie, precedentemente citata, una femminista che organizzò le marce ha spiegato: “Non è mai stato solo per quel killer e per quegli omicidi. Gli uomini commettevano stupri e violenze periodicamente e le donne avevano capito che questo assassino non avrebbe fatto quello che aveva fatto se non fosse stato per la cultura misogina in cui vivevamo”. Mettere al centro le donne, colpevolizzarle attraverso accuse di imprudenza, far ricadere su di loro la responsabilità della loro stessa sicurezza e non occuparsi degli autori e della violenza contro le donne da un punto di vista strutturale ma solo securitario: è quanto viene denunciato di nuovo in questi ultimi giorni dai movimenti e dalle donne che stanno scendendo in piazza per Sarah Everard.

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