Netflix&Law: tutte le serie tv per lo studente di giurisprudenza.

I AM A KILLER – NEL BRACCIO DELLA MORTE

Di Rosa Attennato

Se siete appassionati del genere true crime documentary, non potete non guardare am a killer, il nuovo ed originale prodotto targato Netflix che ci porta direttamente dietro le sbarre, faccia a faccia con pericolosi criminali. 

La serie, che si compone di due stagioni e di dieci puntate per ciascuna stagione, ripercorre le vicende che hanno segnato la vita dei protagonisti, fino a condurli nel braccio della morte, in attesa che venga eseguita la sentenza definitiva.

Ogni episodio, distaccato ed indipendente dagli altri, viene dedicato ad un unico personaggio criminale, cui l’intervistatore pone una serie di domande, lasciandolo poi libero di raccontarsi e di sfogarsi. Si inizia, generalmente, con quesiti relativi all’infanzia e all’ambiente familiare, sociale e educativo in cui il soggetto ha avuto modo di sviluppare il suo carattere, per poi scendere nel dettaglio, cercando di indagare i motivi e le ragioni profonde che si nascondono dietro un gesto estremo come l’uccisione di un altro essere umano. 

La struttura del documentario si segnala particolarmente in quanto non si limita a narrare le vicende in terza persona, ma cede la parola ai diretti interessati, tentando di porsi dal loro singolare punto di vista e considerandoli non tanto come assassini, quanto piuttosto come uomini e donne che vivono aspettando la morte, nella consapevolezza del disvalore delle azioni commesse.

Il documentario, infatti, lungi dal porsi come mera e neutrale descrizione di fatti storicamente accaduti, intende sottolineare anche una vena critica e riflessiva sulla perdurante applicazione della pena di morte negli Stati Uniti.

Giova precisare, al riguardo, che gli Stati Uniti sono rimasti l’unica democrazia occidentale a prevedere ancora l’applicazione della pena capitale, sebbene il suo riconoscimento quale sanzione penale all’interno del sistema giuridico continui a dividere l’opinione pubblica e ad essere al centro di costanti polemiche.

Proprio all’interno di questo acceso dibattito, quantomai attuale, si inserisce questa interessantissima docu-serie che ha come principale obiettivo quello di scoprire chi realmente si cela dietro la figura del killer. 

Beninteso, non si tratta di depenalizzare i crimini commessi dai prigionieri o di giustificarne in qualche modo le azioni, ma semplicemente di interrogarsi sulla misura in cui possa effettivamente essere utile, per i singoli e per l’intero assetto sociale, punire chi uccide uccidendolo a sua volta. 

L’ordinamento giuridico italiano, sin dall’avvento della Costituzione repubblicana, ha messo a tacere qualsiasi dubbio in ordine all’assoluta incompatibilita’ tra la struttura democratica di un Paese e l’uccisione per mano dello Stato. Tuttavia, gli argomenti sollevati dalla serie in commento potrebbero suggerire una riflessione anche in chi, nel nostro Paese, continua ad invocare l’introduzione della pena di morte, vedendo negli Stati Uniti un esempio da imitare senza ombra di dubbio.

Ebbene, questo documentario cambia completamente l’angolo visuale della questione: sono proprio i condannati ad indicarci le loro motivazioni, le loro sensazioni, il modo in cui hanno vissuto il crimine e ne hanno affrontato le conseguenze, non nell’immediato ma a distanza di anni trascorsi nel braccio della morte, in solitudine e con molto tempo a disposizione per rimuginare sulle loro azioni.

Tutti i condannati che vengono intervistati hanno storie tragiche alle spalle, caratterizzate soprattutto da abbandono, scarsa istruzione, disfunzioni familiari, frequentazioni pericolose, droghe pesanti, condizioni economiche precarie. Si tratta di storie evocative di immagini spesso strazianti, che il detenuto fatica a raccontare e l’intervistatore ad ascoltare, ma che ci fanno anche capire quanto il vissuto pregresso di una persona possa incidere sulle sue successive e fondamentali scelte di vita.

In ogni episodio, dopo che il killer ha esposto la sua versione dei fatti, viene data la parola anche ad amici o familiari delle vittime, che illustrano il percorso fatto per imparare a convivere con il dolore e con la perdita dei propri cari. 

Gli eventi, quindi, vengono riportati sotto un duplice punto di vista, anche se indubbiamente l’attenzione viene focalizzata sui condannati e sulla loro narrazione. 

Una serie cruda, vera, provocatoria, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo un episodio dopo l’altro, lasciandolo con una serie di interrogativi che si collocano a cavallo tra il diritto positivo, la criminologia, la sociologia e la psicologia. 

Sembra potersi affermare un’unica certezza: i protagonisti della serie non sono mostri, come si tende ad immaginarli, ma esseri umani in carne ed ossa, le cui azioni non possono essere debitamente giudicate prescindendo dal contesto socio-economico in cui sono state realizzate.

The Following (attualmente non disponibile su catalogo netflix)

Di Luisa Sbarra

È una serie statunitense di genere thriller dai toni molto macabri e cupi, composta da tre stagioni. Se siete facilmente suggestionabili, vi sconsiglio la visione, in quanto in ogni episodio vi sono scene violente e di uccisioni. 

I protagonisti sono: Ryan Hardy e Joe Carroll, antagonista l’uno dell’altro.

Dopo 9 anni dalla sua cattura, Joe, spietato serial killer, riesce ad evadere dal Virginia Central Penitentiary, lasciandosi dietro i cadaveri di 5 guardie. La notizia allerta tutte le autorità e la popolazione. Ryan Hardy, ex agente dell’FBI, specializzato nei profili psicologicicriminali, viene richiamato in servizio come consulente per la forsennata ricerca e ri-cattura di Carroll. Ryan, adesso, non gode di buona reputazione, per i suoi eccessicon l’alcol e per aver scritto un libro sulla vicenda con Joe, intitolato ‘The Poetry of a Killer’. Ha un profondo senso di colpa, perché non è riuscito a identificare dapprima Carroll e così quest’ultimo ha potuto continuare ad uccidere altre persone innocenti. Durante lo scontro, Carroll l’ha pugnalato all’altezza del cuore, è riuscito a sopravvivere, ma i medici hanno dovuto mettergli un pacemaker. Accetta l’incarico, in quanto nessuno conosce Joe bene come lui e viene affiancato da altri due agenti, Debra Parker, una esperta di culti e sette e Mike Weston giovane poliziotto, che stima tantissimo Hardy ed molto entusiasta di lavorare con lui.

Joe, invece, è un ex professore universitario di letteratura. Appassionato, o per meglio dire, fanatico, di Edgar Allan Poe. Dopo la pubblicazione del suo primo e ultimo libro, rivelatosi un flop (successivamente inseguito al suo arresto diventato un best seller), si scatena la sua voglia omicida ed uccide 14 ragazze. Sarah è l’unica vittima che riesce a salvarsi. Non si limita ad ammazzarle, ma effettua dei veri e propri atti di piquerismo. Per lui, interpretando così le parole del suo amato Poe, uccidere, soprattutto una bella donna, è un’arte che eleva l’uomo. Durante gli anni in prigione,Joe è riuscito, grazie al suo forte charme e al suo carisma a crearsi un seguito, divenuto una vera e propria setta, pronta adesso a sostenerlo ad ogni costo. Alla sua uscita la setta si consolida ed ogni membro deve seguire, secondo le istruzioni di Joe Carroll, una vittima in particolare e svolgere il proprio compito in un preciso istante; ognuna di queste persone è chiamata amata follower. Tra i due protagonisti sembreràsvolgersi una vera e propria partita a scacchi. Ryancercherà di catturare il killer e di prevedere le sue mosse, per non ricommettere gli stessi errori del passato e di mettere al sicuro quelli che sembrerebbero essere i suoi primi due bersagli: l’ex moglie Claire e la sopravvissuta Sarah… Ormai però anche Joe conosce bene il suo avversario e, con tutto il seguito che ha ora, non sarà facile scovarlo e riportarlo in prigione. Chi dei due avrà la meglio? Quante altre persone perderanno la vita?

The Ripper (LO SQUARTATORE) e la passione smodata di Netflix verso i grandi gialli degli ultimi decenni.

di Livia Esposito

In seguito alla triste e nota vicenda della giovane donna Sarah Everard è emersa dall’immenso catalogo Netflix una nota docu-serie che racconta, attraverso le parole delle donne dell’epoca, la vicenda dello “Squartatore”, passato alle cronache come il feroce e spietato serial killer che, a sangue freddo, violentò e uccise moltissime giovani. Ma andiamo per gradi: donna, 33 anni, trovata a pezzi in un bosco a sud di Londra. L’assassino: un uomo delle forze dell’ordine; un uomo, se tale può essere definito, che per di più era incaricato della protezione parlamentare e diplomatica, chiamato a difendere la tenuta parlamentare del Regno Unito e le ambasciate a Londra. Lo sgomento che attanaglia non solo il Regno Unito, ma il mondo intero, è tanto: ne è dimostrazione la manifestazione tenutasi proprio nel parco dove è stata avvistata per l’ultima volta la ragazza, Clapham Common, a cui hanno preso parte tantissime donne inglesi e non solo, raccogliendosi in rispettoso silenzio in ricordo della giovane. Ciò riporta alla mente l’inquietante vicenda, come accennavamo, avvenuta nella Londra degli anni ’70: <>, queste le parole di Tony Harney, giornalista dello Yorkshire Evening Post, che aprono sostanzialmente la docuserie Netflix Lo Squartatore (The Ripper) e ben si sposano con il trend della piattaforma, ovvero la predominanza di prodotti crime, spesso incentrati su figure come assassini seriali, che stanno facendo la fortuna della N rossa, finendo ogni volta tra i più visti. Lo Squartatore non è dunque l’ultima di queste serie TV, ma forse la più significativa, e le quattro puntate di cui è composta raccontano dettagliatamente gli spietati crimini di Peter Sutcliffe, ovvero “The Yorkshire Ripper”, che tra il 1975 e il 1980 uccise almeno 13 donne e cercò di assassinarne altre sette, dando vita ad una più celebri e mediatiche cacce all’uomo della storia britannica: il tutto inizia narrando le origini di questo triste spaccato di storia del nord dell’Inghilterra, quando lo “squartatore”, che uccideva le sue vittime stordendole con un martello per poi pugnalarle, cominciò ad agire assassinando Wilma McCann, madre di quattro figli, il 30 ottobre 1975; non si sapeva ancora nulla su Sutcliffe e tra gli investigatori non balenava ancora l’ipotesi di un serial killer, derubricando la morte della McCann a una sorta di omicidio da Fish & Chips, che finì sulle pagine dei giornali per un paio di giorni, per poi esser destinato ad incartare il pranzo degli inglesi. La polizia, supportata dai media, aveva dipinto la prima vittima dello noto criminale come una donna di facili costumi, a cui piaceva divertirsi, lasciando intendere che fosse una prostituta, come se potesse giustificare una scarsa attenzione nelle indagini, non tanto nel numero delle forze dell’ordine messe in campo o negli interrogatori, ma in una sorta di confusione per la quale poi, alla fine della fiera, in molti hanno pagato pegno, oltre, soprattutto, alle successive povere donne finite tra le mani del killer; ad ogni modo, la polizia e l’opinione pubblica compresero la reale e drammatica portata della situazione quando l’uomo, nel gennaio del ’76, uccise una seconda volta. Questo, secondo quanto emerge dalla docu-serie Netflix, non comportò però una migliore organizzazione investigativa, ma anzi diede il via a una serie di errori dovuti anche al fatto che la polizia era convinta che questi agisse per una sorta di “odio verso le prostitute”. Va da sé che quando, molto presto, il killer iniziò a colpire anche un’altra tipologia di giovani e la confusione crebbe così come il timore della gente nello Yorkshire, e non solo, dato che in alcuni casi il killer si spinse pure oltre i confini. Le donne che vissero quel momento raccontano che cominciarono effettivamente ad essere più prudenti e a prendere precauzioni, non molto diverse, però, da quelle che già praticavano e che erano state insegnate loro fin da bambine. Accadde, però, che a un certo punto si ribellarono:<< Sulla spinta dei movimenti femministi cominciarono a denunciare questo tipo di restrizioni e a organizzare marce in tutto il paese “Non siamo noi ad uccidere”, “Se l’assassino è un uomo, sono gli uomini che devono restare a casa, non le donne”, “Via gli uomini dalla strada”, “Rivendichiamo la notte”, “Nessun coprifuoco per le donne, coprifuoco per gli uomini”, si leggeva sui cartelli e sui volantini che portavano in manifestazione>> (Fonte: ilpost.it). Nella fiction, precedentemente citata, una femminista che organizzò le marce ha spiegato: “Non è mai stato solo per quel killer e per quegli omicidi. Gli uomini commettevano stupri e violenze periodicamente e le donne avevano capito che questo assassino non avrebbe fatto quello che aveva fatto se non fosse stato per la cultura misogina in cui vivevamo”. Secondo quanto ci riporta staynerd.com: << È degno di nota senza dubbio anche il modo in cui i registi Jesse Vile ed Ellena Wood ci raccontano la vita e il background delle vittime, senza additare le prostitute come venne fatto all’epoca delle vicende, attuando quello che oggi chiameremmo victim blaming, ma invece evidenziando la crisi di una nazione e in particolare di una regione, con donne dalla vita comune costrette in un certo qual modo a trovare attraverso la prostituzione la maniera di portare soldi in casa>> e continua <>(fonte staynerd.com). cos’altro aggiungere dunque, se non mano al telecomando, allo smartphone o al pc e via con “play”: non ve ne pentirete.

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