Caso Telegram: revenge porn nell’era social.

Articolo di Vera Autorino

CASO TELEGRAM: REVENGE PORN NELL’ERA DEI SOCIAL
Sentiamo e leggiamo spesso l’espressione “Revenge Porn”, conosciuta anche come pornografia non consensuale. Ma sappiamo davvero cos’è? Sicuramente possiamo dire che è la condivisione di immagini o video intimi di una persona senza il suo consenso. Che sia frutto di un incontro online o di persona, la situazione non cambia. A volte lo si usa anche come vendetta nei confronti di ex partner, magari perché non si è entrati nell’ottica della fine di una relazione, e quindi chi condivide questo materiale si sente, perché no, anche fiero di averlo fatto, senza pensare alle gravi conseguenze psicologiche che può causare alla persona lesa. Il contenuto pornografico di solito viene linkato sui social della vittima, incitando così chi lo visualizza a commentare, scaricare e condividere il file. Può succedere anche che questo materiale venga condiviso con i familiari, colleghi e amici della persona offesa, al fine di accrescerne il discredito sociale e può generare ulteriori condotte illecite, come minacce, stalking e nei casi più gravi omicidio, come molti tristi casi di cronaca riferiscono. La punibilità del revenge porn è stata resa possibile con l’integrazione di una modifica all’articolo 612 c.p.
Dal punto di vista criminologico ci troviamo di fronte ad un’avanzata forma di cyber bullismo. Il materiale pornografico può essere reperito in diversi modi: attraverso il sexting, che consiste nell’invio di messaggi, testi e immagini sessualmente espliciti principalmente via internet. E’ considerato revenge porn anche la ripresa delle immagini intime durante un rapporto sessuale con il consenso della vittima, oppure quando la si riprende con telecamere nascoste o anche attraverso l’hacking dello spazio iCloud della vittima.
Grande clamore ha avuto il caso Telegram. La situazione sul canale è diventata sempre più complessa, infatti si è passati da pochi gruppi all’interno dei quali avvenivano scambi consensuali di materiale pornografico a molti più gruppi, raggiungendo l’iscrizione di 6 milioni di utenti. Attraverso una recente maxi operazione sono stati smascherati dei gruppi Telegram usati per abusare ex partner e minori. Con grande sorpresa sono stati trovati anche account appartenenti ad affermati professionisti. Una situazione alquanto grave, poiché attualmente la polizia conta almeno 2 episodi di revenge porn al giorno. Nonostante ci fossero state diverse segnalazioni, Telegram non ha né provveduto a chiudere i gruppi, né ha fornito alle forze dell’ordine i dati degli admin e di chi condivideva materiale illecito. Dopo due anni di indagini condotte “sotto copertura” sulla rete Internet, con l’operazione “Luna Park” della polizia postale di Milano e di Roma, sono stati chiusi 140 gruppi Telegram e Whatsapp. Tra i gruppi si è notato che 16 di questi avessero tutte le caratteristiche di un’associazione a delinquere, dove i partecipanti avevano dei ruoli ben definiti. In ogni gruppo si è scoperto ci fossero delle vere e

proprie regole che avevano il compito di preservare l’anonimato dei partecipanti, e la cui violazione avrebbe poi comportato l’espulsione dal gruppo.
Le regioni maggiormente coinvolte in questa operazione sono state la Campania e la Lombardia, territori all’interno dei quali risiede il maggior numero di indagati. Il ministro dell’interno Lamorgese si è esposto in merito a quest’operazione, evidenziando come il fenomeno della pedofilia online coinvolga attivamente diverse fasce sociali ed anagrafiche, ed ha invogliato gli utenti a segnalare i contenuti illeciti rinvenuti sul web, proprio per eliminare la possibilità di altri episodi simili.
Anche da un punto di vista legislativo la situazione sembra migliorare e andare nella giusta direzione, infatti nel 2 aprile 2019 con l’inserimento di una modifica all’articolo 612 c.p. è punibile con una pena che va da uno a sei anni di reclusione non solo chi invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, ma anche chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini, le invia a sua volta senza il consenso delle persone rappresentate.
Quindi non bisogna voltarsi dall’altra parte, solo perché l’episodio non ci tocca in prima persona. E’ importante denunciare, perché se non si fa qualcosa di concreto affinchè questo fenomeno non si continui ad espandere, c’è la possibilità che un giorno potremmo ritrovare su questi siti foto di persone e , questo punto, non potremo più fare niente.

0
Cognome paterno ai figli: legittimo? Netflix&Law: tutte le serie tv per lo studente di giurisprudenza.

Nessun commento

No comments yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *