Lo zoombombing: il fenomeno delle molestie online figlio del nuovo decennio

Articolo di Livia Esposito

Con l’avvento di Internet, di cui tutti, ormai, siamo assuefatti, sono nati anche i nostri amati e temuti social network, che, se da una parte ci aiutano a metterci in contatto con i nostri amici, aprendoci la famosa “finestra sul mondo”, grazie alla condivisone di foto e video, dall’altra parte, come nota dolente, permettono anche la diffusione di materiale sensibile con cui schernire, deridere e massacrare le persone e la loro dignità: si tratta di minacce di violenza, insulti, ritorsioni, messaggi offensivi e dispregiativi, immagini a contenuto sessuale, commenti discriminatori e umilianti, prese in giro e attacchi dovuti all’aspetto fisico, di cui, nel mondo, circa il 58% di ragazze, adolescenti, donne, e non solo, sono vittime.

Un fenomeno, quello di cui si parla, in costante crescita, visti soprattutto gli ultimi dati: si stima infatti, secondo l’UNIFEM, che circa una donna su cinque, dopo aver subito molestie, abbia rinunciato o ridotto in modo significativo l’uso dei social-media mentre una su dieci sia stata costretta a cambiare il proprio modo di esprimersi per evitare eventuali molestie. Dati questi che fanno rabbrividire.

È giusto che una donna sia limitata nella propria libertà, nel proprio modo di fare e rapportarsi con il mondo? Esiste davvero un motivo per giustificare questo subdolo comportamento?

Per avere una chiara visione di ciò di cui stiamo parlando basta davvero poco: prendete un’app a caso (YouTube, Instagram, Facebook, etc.) e cercate il canale, il profilo di una ragazza più o meno famosa per scorgere tra i vari commenti quelli che, come dicevamo prima, richiamino tutti gli elementi già elencati. Ci si è mai interrogati, inoltre, sullo stato d’animo di chi si ritrovi a dover fare i conti con tutto ciò? Migliaia di donne, come conseguenza di un comportamento aggressivo da parte di un altro utente, hanno manifestato depressione, problemi di autostima o hanno compiuto atti di autolesionismo o addirittura, nella peggiore delle situazioni tentato e procurato la morte.

I social media sono diventati posti ormai insicuri per le ragazze, giovani donne che sanno, avvertono, di essere esposte a violenze e molestie online, ma non sanno né a chi rivolgersi né che fare per affrontare il problema, che vede un aumento di vittime quanto più spaventoso. Come accade nella vita di tutti i giorni, dove ormai questa piaga si è radicata con forza, online le ragazze subiscono una doppia, sennò tripla, discriminazione in base al sesso e all’età e gli attacchi sono ancora più gravi nel caso i cui si tratti di ragazze disabili, di una etnia diversa o LGTBIQ+, o quando le utenti esprimano le loro opinioni di stampo politico, sociale o culturale; anche in questo caso i dati parlano da soli: << il 42% delle ragazze LGTBIQ+ dichiara di essere vittima di molestie online a causa del proprio orientamento sessuale mentre un 37% delle ragazze che appartengono a una minoranza etnica, ha affermato di subire commenti razzisti e omofobi>> (fonte: plan-international.it).

Non poter esprimere ciò che realmente si pensa, ed essere costretti a tacere il proprio punto di vista, costituisce l’ennesima barriera per le donne che con forza, dopo secoli di lotte, si stiano affermando attivamente nella società. L’aspetto delle molestie online si è inasprito ancora di più con l’avvento del Covid-19 e del Lockdown, che ci ha costretti nelle nostre abitazioni: non è difficile comprendere come soprattutto la frustrazione generata da questo periodo sia stato fattore portante per la diffusione di odio e di rabbia, oltre che sintomo della nascita di una nuova forma di violenza, nota come “zoombombing”, una pratica portata alla luce dai promotori della campagna MeTooEp, che si costituisce in chiamate in videoconferenza su zoom ma anche stalking e minacce online; si parla di zoombombing anche per riferirsi a qualcuno che si intrometta o violi una videochiamata, di qualsiasi tipo.

Secondo i dati rilasciati da “MeTooEp” <<circa il 16% su 5 mila donne intervistate ha subito questo tipo di molestia durante la prima fase della pandemia>>, numeri che fanno riflettere e a cui si accompagnano quelli che costituiscono la percentuale di filmati in cui sono mostrati abusi sessuali su minori e disabili: Anni Hirvela, portavoce della campagna, sostiene «Le molestie sessuali online implicano che qualcuno invii messaggi o immagini molto inappropriate, mentre lo zoombombing è un nuovo termine di cui molte persone non sono a conoscenza» e continua, riferendosi alla modalità di lavoro smart-working adoperata in questo periodo, «Le molestie sessuali non hanno bisogno che le persone si trovino fisicamente nello stesso posto per avere luogo. Lavorare da casa offre la possibilità di emergere a nuove forme di molestie sessuali. Tutto questo è terribile: è fondamentale sentirsi al sicuro nel proprio posto di lavoro» (Fonte: Vanity Fair.it).

Di fronte a ciò è lecito chiedersi cosa sia possibile fare, ma soprattutto cosa si giusto consigliare a tutte le donne, ragazze, e non solo, che affrontano questa spinosa questione quotidianamente, come riuscire liberarsene: prima di tutto informare una persona di cui ci si fidi di ciò che sta succedendo, quindi raccogliere quanto più materiale possibile sull’autore del reato in corso e salvare qualsiasi tipo di messaggio, foto o video, tale soggetto vi invii, cosicché la polizia possa facilmente rintracciarlo; dunque bisogna interrompere immediatamente la conversazione e sporgere denuncia presso la polizia. È tempo che i social-media diventino luoghi di opportunità in cui poter esprimere sé stessi al meglio, farsi conoscere senza sentire l’esigenza di censurarsi in parte o in tutto: è necessario e doveroso un cambiamento per poter dar vita ad un sistema antidiscriminatorio; è tempo dunque che i governi di tutto il mondo prendano decisioni rilevanti e diano vita a leggi sensate che regolino questa tremenda piega delle molestie online, soprattutto perché non è possibile né concepibile buttare al vento anni di battaglie, volte a contrastare la violenza, lo stupro e le molestie sulle donne, culminate nella legge n. 66 del 15 febbraio 1996, “Norme contro la violenza sessuale”, ben 25 anni fa. È tempo che chi debba pagare, paghi, e che nessun reato più, soprattutto di questo genere, resti impunito.

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