Il metodo Falcone

Articolo di Anna Tagliafierri

Il metodo Falcone: un modello per il mondo.

In un anno da dimenticare quale è stato il 2020 si sono verificati anche atti di cui tener nota, da imprimere nella memoria dei cittadini e soprattutto da aggiungere alle pagine della storia della giustizia italiana e mondiale.

Il 17 ottobre 2020 è stata approvata all’unanimità all’Onu la risoluzione italiana contro le mafie, un immenso traguardo per la giurisprudenza italiana e per una figura ormai pilastro del nostro diritto, quale Giovanni Falcone. A Vienna, dinanzi ad una commissione di 190 nazioni che hanno partecipato alla Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu contro la criminalità il suo metodo investigativo, la sua visione della lotta alle mafie nella risoluzione italiana viene approvata all’unanimità. Egli è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. Tra i primi a comprendere la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra, ha creato un metodo investigativo diventato solo di recente modello nel mondo. Rigorosa ricerca della prova, indagini patrimoniali e bancarie, ostinata caccia alle tracce lasciate dal denaro e lavoro di squadra sono stati i suoi fari, le armi con le quali, insieme al pool antimafia, ha istruito il primo maxiprocesso a Cosa nostra iniziato il 10 febbraio 1986: ventidue mesi di udienze in un’aula bunker appositamente costruita in cemento armato, in grado di resistere anche ad attacchi missilistici e di dimensioni tali da poter contenere il gran numero di imputati e permettere ai giudici di lavorare in sicurezza. Alla sbarra il gotha di Cosa nostra. Gli imputati sono accusati di 120 omicidi, traffico di droga, estorsione e associazione mafiosa. Le prove più significative vengono dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi”, catturato in Brasile due anni prima.

Per la prima volta si affronta il volto della criminalità organizzata senza scrupoli, senza ombre di ripensamento, senza timore apparente di poter fallire nel proprio intento, solo un senso di fede profonda in ciò in cui un semplice uomo credeva fortemente. Inizia così la vera e propria lotta di Giovanni Falcone contro quella mano nera che dagli albori dei tempi ha sempre caratterizzato la nostra Italia e gran parte del resto del mondo. Il metodo Falcone, avuto riguardo al maxiprocesso, fu quindi quello di ripercorrere i fatti e i delitti di mafia a partire dalla prima fase successiva alla strage Ciaculli e di viale Lazio, cui partecipò anche Provenzano, sino alla cosiddetta seconda guerra di mafia, caratterizzata dalla supremazia delle famiglie appartenenti alla fazione dei “corleonesi”, che si impadronirono di tutti traffici, anche quello lucroso degli stupefacenti, mettendo insieme tutte le pregresse indagini bancarie, cementate dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, primo fra tutti Tommaso Buscetta. La fama di Falcone, e il suo operato, già negli anni ’80 erano apprezzate e ritenute valide anche oltre oceano, tanto da essere considerato il pioniere della “cooperazione giudiziaria”. Il metodo comprendeva anche magistrati e strutture di polizia giudiziaria specializzate, centralizzate e coordinate, che mettessero insieme tutti quegli indizi provenienti dalla captazione delle intercettazioni telefoniche e soprattutto ambientali, da eventuali infiltrati e soprattutto dai collaboratori di giustizia. La gestione di questo piccolo esercito di coloro che via via uscivano dall’organizzazione fu estremamente difficile per il pool antimafia, per l’assenza di norme che ne regolassero i rapporti con i requirenti e con gli addetti alla loro tutela. Per tanti anni la loro protezione fu affidata al volontarismo, all’improvvisazione e alla genialità dei singoli uffici investigativi. Un progetto davvero troppo grande per poterlo associare ad un solo uomo, eppure dopo anni di lotte anche per il magistrato Falcone è giunto il momento di avere più di un semplice riconoscimento e di un grande posto all’interno della nostra giurisprudenza, è un po’ come quando ti ritrovi a desiderare per tutta la vita di voler fare qualcosa per qualcuno e poi riuscirci davvero e così bene che anche quando non ci sei più in realtà non morirai mai perché con le tue sole mani avrai scritto le tue pagine nel libro della storia, perché sì, questa è prima storia e poi giurisprudenza, non vi è norma, progetto, istituto che non abbia con sé una storia, così come il metodo Falcone, ormai modello per il mondo. A Falcone non mancò mai la piena consapevolezza delle insidie che, in una procedura assolutamente garantista dei diritti della difesa, comportasse l’uso di tale strumento di indagine. Si infranse così il mito dell’invincibilità e dell’impunità della mafia e si realizzò la concreta azione di uno Stato che in tutte le sue componenti, magistratura, forze di polizia, governo e Parlamento, si mostrò finalmente deciso a interrompere il rapporto di connivenza, di sudditanza e di indifferenza di cittadini e istituzioni. Del metodo Falcone non bisognerebbe trascurare un particolare e cioè che Falcone, nonostante tutte le accuse rivoltegli in vita: di essere dapprima comunista, poi andreottiano, infine socialista, non si fece mai influenzare da idee o motivazioni che non rientrassero nella sua strategia di politica giudiziaria. Seguendo la sua visione della lotta alla mafia, cercava di volta in volta di ottenere l’aiuto e la collaborazione di chi poteva dargli l’opportunità di realizzare il suo obiettivo: l’ostinata ricerca di verità e di giustizia nel solo interesse di liberare i cittadini e le istituzioni dalla pesante oppressione della mafia. Il suo metodo, che era solito suggerire ai giovani magistrati, era quello che, in senso figurato, si doveva sempre mettere un tavolo tra l’inquirente e il pentito, senza incontri confidenziali, per rendere manifestamente visibile all’interlocutore che davanti aveva un rappresentante di quello Stato, che fino a poco prima aveva considerato un nemico da battere, e a cui doveva dare contezza della sua assoluta credibilità. Il metodo Falcone applicato ai pentiti suggeriva di acquisire il maggior numero possibile di dettagli, particolari, circostanze, anche apparentemente insignificanti, circa i fatti caduti sotto la loro diretta percezione, per potere trovare più agevolmente i relativi riscontri. Trentacinque anni dopo Giovanni Falcone si è garantito la sua immortalità nelle menti dei più grandi giuristi presenti e futuri e non solo, si è garantito le sue pagine di storia che aveva già redatto con la sua vita, la sua politica e la sua passione per la magistratura che sin dagli inizi ha portato con sé una scia di innovazione e sicurezza contro uno dei più grandi nemici della giustizia. Il lascito di Falcone, così, ha varcato i confini nazionali unendo, di fatto, 190 paesi in un fronte comune. La convenzione, l’unione sono i primi atti, di questo genere, che valorizzano il contributo di una singola personalità. Non serve illudersi per credere agli eroi, a volte bastano una giacca, una cravatta e la voglia di giustizia per esserlo, ed è sempre una grande scoperta quando prove concrete come questa ricordano a tutti che i veri eroi esistono per davvero.

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