Carcere: stiamo acconsentendo al male necessario?

Articolo di Domenico Falco

Scaricate un pdf della Costituzione e provate a cercare la parola carcere.

“Nessun risultato”.

<<L’articolo 27 della Costituzione parla di pena, non di carcere. Noi abbiamo una tradizione centrata sul carcere, ma la Costituzione lascia un campo molto aperto e non è detto che il carcere sia sempre la pena più adeguata>>. Parole di Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, che rimarcano la precisa volontà dell’Assemblea Costituente di lasciare ai posteri la scelta delle modalità. Eppure, o forse anche per questo, alcuni padri costituenti il carcere lo avevano testato sulla propria pelle. Non sono, in questa sede, messi in discussione i motivi giuridici e culturali della pena. L’intenzione è quella di rovesciare la medaglia e scrutarla. Il XVI rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia dell’associazione Antigone riporta dati molto interessanti: 53 detenuti hanno scelto di troncare la propria esistenza nel 2019; il sovraffollamento è al 120% ed in alcuni istituti penitenziari si vive in meno di 3 mq; il 67% dei reclusi soffre patologie (41% disturbi psicologici e 11% malattie infettive); alcune celle mancano della doccia ed il wc è “a vista”; le segnalazioni di abusi e violenze stanno aumentando vertiginosamente; ma il dato da osservare con maggior attenzione riguarda il 68% di chi è stato in carcere che torna a delinquere scontata la pena. Leggendo questi dati, quanto del terzo comma dell’articolo 27 è solo inchiostro su carta? Se le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, dopo settantadue anni dalla promulgazione della Costituzione, qual è il punto e quale la proiezione? Il carcere sta funzionando?

Se una grande fetta dell’opinione pubblica sposa una visione retributiva (non costituzionalmente orientata) che massimizzi le pene, all’estremo opposto esistono il movimento riduzionista e quello abolizionista carcerario. Entrambi sono impegnati a dar sostegno alla battaglia contro lo strumento del carcere attraverso proposte che stanno producendo eco in Italia, in Europa e nel mondo. L’abolizionismo puro di stampo scandinavo, radicale e super garantista, mira alla totale soppressione dello strumento carcerario (o della pena secondo alcuni dei teorizzatori) proponendo un programma bicefalo volto, da un lato, all’abbattimento delle disuguaglianze sociali come deterrente e, dall’altro, al finanziamento di percorsi psicologici, formativi e professionalizzanti per prevenire la recidiva in un’ottica di reinserimento sociale. Il riduzionismo, invece, rincorso con fatica e poco coraggio dai governi europei, circoscrive l’utilizzo della pena della reclusione ai soli comportamenti altamente antisociali e propone una depenalizzazione massiva ed il potenziamento delle misure alternative al carcere per offrire reali opportunità per il futuro. E’ riconosciuto, trasversalmente, che il sistema sia viziato ma il tema è politicamente sconveniente da affrontare. Il sentimento pubblico, nonostante il costante calo della criminalità, mostra un crescente consenso per lo strumento carcerario ed addirittura (secondo un sondaggio SWG dell’Ottobre 2020) è cresciuta a 37 la percentuale di italiani che vorrebbe la reintroduzione della pena di morte per alcuni reati particolarmente gravi. Una voce autorevole e di spiccata internazionalità, Papa Bergoglio, ha vivificato e spiegato l’atteggiamento comune al carcere con parole scientemente pronunciate: “cultura dello scarto”. La collettività, con logica vendicativa e (peggio) con indifferenza, sceglie di voltarsi e non chiedersi cosa accada dopo una sentenza di condanna. Dopo aver scandito le parole “giustizia è fatta”, lo spettatore passa al prossimo caso di cronaca allontanando da sé e demandando allo Stato il compito di gestire un’esistenza. Ci si dimentica facilmente delle vite dei reclusi, li si spoglia del passato e del futuro insieme ai beni personali nella guardiola della nuova dimora; ci si rifiuta anche di considerare il dolore collaterale causato, dimenticandosi anche di chi espia una pena senza sentenza: i familiari ed i congiunti del detenuto. Chi ha subìto il crimine è inconfutabilmente la vera vittima, insieme ai suoi affetti. Ma deve far riflettere il fatto che uno Stato (con il beneplacito dei consociati) stia incentivando un male necessario, che è comunque male.

0
Il metodo Falcone Perché non sentiamo parlare di violenza nei confronti degli uomini?

Nessun commento

No comments yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *