Agenda 2030: un’utopia doverosamente perseguibile

Articolo di Domenico Falco

Quando nel 2015 l’Assemblea Generale Onu (193 Stati) approvò all’unanimità la risoluzione “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile” fece due cose: fare mea culpa sul precedente modello di sviluppo adottato dalla comunità internazionale e dare impulso ad un nuovo compartecipato piano globale per la salvaguardia delle future generazioni e dei loro bisogni.

I 17 utopici (ma non per questo non perseguibili) obiettivi posti dall’Agenda vanno dai “miss italieschi” pace nel mondo e cibo per tutti fino al contrasto al cambiamento climatico ed alla tutela idrica e ambientale, passando per istruzione di qualità, giustizia, salute ed uguaglianza di genere.

Un libro dei sogni, certo. Ma dotato di un sistema di monitoraggio e partenariato che impone programmazione ed efficacia ad ogni Stato. L’idea di superare una concezione dello sviluppo avvinghiata al solo incremento economico e legarla, anche, all’inclusione sociale ed alla tutela ambientale ha fatto dell’Agenda una novità assoluta sul piano internazionale, facendo assumere ai singoli Stati la sostenibilità come cardine e vincolando le scelte dei governi ad una caratteristica troppo spesso ignorata da una classe politica alla ricerca del consenso nel breve termine: la lungimiranza.

Il mondo di oggi è già un posto migliore rispetto al 2000, confermando l’errata percezione che ne abbiamo. Tutti gli indicatori statistici ci mostrano un pianeta che ha messo in salvo più persone ed innalzato l’aspettativa di vita, ha costruito più scuole, ha ampliato reti elettriche ed ha ridotto la povertà. Beh nel 2019 l’articolo sarebbe finito qui, ma non nel 2021.L’annus horribilis appena trascorso ha avuto un fortissimo impatto sulle vite di ognuno di noi. E, inevitabilmente, è stato l’anno che ha riportato quasi tutti gli indicatori degli obiettivi di sviluppo sostenibile – come da report dell’Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) – ad essere negativi.

La ricalibrazione dei programmi politici dettata dall’urgenza pandemica, ha messo in primo piano una legislazione emergenziale e, giustamente, riparativa e volta alla minimizzazione dei danni di un evento inimmaginabile (davvero?) e traumatico per tutti i settori. Mancano nove anni alla deadline e, consci della complessità di questi tempi, bisogna sperare ed esigere che la gestione del Next Generation Eu sia all’altezza delle aspettative. Solo con investimenti oculati per la transizione verde e digitale, programmi di occupazione e crescita sostenibile e politiche accorte che mettano i giovani e le future generazioni finalmente al centro dell’azione politica, la rincorsa ai 17 goals potrebbe giovarsi di importanti sprint.

Non c’è sovranità nella solitudine” e la cooperazione internazionale è l’unico livello in cui potranno darsi risposte globali a problemi globali.

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