Aborto: la nazionalità determina la MIA scelta.

Se una donna italiana scegliesse di interrompere la gravidanza potrebbe farlo. Ma se invece non lo fosse? Se avesse cittadinanza irlandese o maltese, se fosse una donna polacca o argentina potrebbe farlo? No.
Perché donne di nazionalità diversa hanno possibilità diverse circa la propria autodeterminazione?
Il cammino verso il riconoscimento del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (igv) è tortuoso, ingombro di credenze religiose ed obiezioni di coscienza le quali hanno influenzato e condizionato la donna anche laddove quella scelta fosse stata consapevole.
Difatti a Malta l’interruzione volontaria di gravidanza è illegale in tutte le circostanze, compreso stupro, incesto, anomalie del feto o gravi rischi per la madre . Oltretutto sin dal 1724 ( anno risalente della legge ) richiedere o assistere una interruzione volontaria di gravidanza può portare fino a tre anni di reclusione.
Una donna maltese, quindi, non può abortire a meno che non goda di un certo sostentamento economico tale da permetterle un viaggio all’estero – in genere in Italia o Regno Unito – in cui procedere all’ivg. Se prima della pandemia la forza economica apriva uno spiraglio verso la libertà di scelta – pur determinando diseguaglianze sostanziali – quello spiraglio è svanito l’11 marzo quando Malta ha chiuso i confini a causa dell’emergenza sanitaria. Attualmente è relativamente agevole spostarsi verso altre nazioni in cui poter esercitare di fatto la propria scelta, tuttavia ciò non vuol dire che il dibattito sopisca , anzi tutt’altro.
In Polonia, invece, settimane di protesta sono state la risposta alla sentenza del 22 ottobre della Corte Costituzionale dichiarante incompatibile con la Costituzione l’interruzione volontaria di gravidanza per malformazione del feto: uno dei presupposti, assieme allo stupro e al grave pericolo di vita della madre, che permettono di qualificare, secondo la legge del 1993, l’aborto come legale. Due sarebbero i punti nevralgici delle proteste .
In primo luogo la sentenza prende le mosse da una mozione di 119 deputati, appartenenti alla destra ed estrema destra, secondo i quali l’interruzione di gravidanza in caso di malformazioni fetali vìola il principio della Costituzione che “protegge la vita di ogni individuo”. L’ispirazione conservatrice clericale dei partiti di destra, nello specifico del PIS – partito di maggioranza- ,unitamente alla riforma del sistema giudiziario che nella precedente legislazione ha modificato la composizione della Corte Costituzionale al fine di poterne nominare la maggior parte – e che ha innescato una procedura di infrazione dall’Ue in quanto minante lo stato di diritto – farebbero ragionare sul tentativo di imprimere questo conservatorismo al Paese. Una ipotesi questa che pare essere suffragata dal fatto che il principale terreno di scontro delle elezioni presidenziali sono stati proprio i diritti civili e che un’altra proposta di legge nel 2016 tentò di vietare l’aborto, divieto che fu scongiurato dalle proteste organizzate durante i cosiddetti lunedì neri.
In secondo luogo il 98% degli aborti legali effettuati sono dovuti a malformazioni fetali, per cui limitare l’aborto legale ai soli due casi di stupro e di pericolo di vita della madre vuol dire riconoscere formalmente tale diritto ma, alla luce dei dati riportati, negarlo nella sostanza. Nel momento in cui si restringe così sensibilmente l’esercizio di un diritto della personalità lo si nega nella sua effettività ed è ossimorico che questo derivi proprio dalla sentenza della Corte Costituzionale.

La negazione sostanziale ha smosso un movimento di coscienze in tutto il Paese che ha ottenuto primo successo: il rinvio della traduzione in legge della sentenza.
Che queste proteste portino all’esercizio del più alto grado di democrazia quale è stato quello irlandese nel 2018 abrogando con il referendum l’ottavo emendamento della costituzione sancente il divieto di aborto ?
Intanto in Argentina le donne hanno festeggiato la vittoria il 30 dicembre 2020 quando con il voto di 38 senatori a favore e 29 contrari l’aborto è divenuto legale e gratuito. L’interruzione volontaria di gravidanza diviene possibile entro la quattordicesima settimana. Fino ad oggi vigeva una legge del 1921 che considerava l’aborto un delitto, con due sole eccezioni: la violenza sessuale e il rischio per la vita della madre. Di fatto però queste due eccezioni sono state ben poco applicate, soprattutto nelle regioni più interne e ad ovest dell’Argentina dove c’è un’altissima percentuale di adolescenti tre gli 11 e i 15 anni che rischiano di incorrere in una gravidanza.
In Italia invece, a rendere legale l’aborto fu la legge 22 maggio 1978, n. 194 che dispone all’articolo 22 l’abrogazione del Titolo X “Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe” – rubrica di per sé eloquente- del codice penale.
L’interruzione volontaria di gravidanza può effettuarsi con il metodo farmacologico fino a 9 settimane compiute di età gestazionale e presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate. L’aborto “terapeutico” è consentito nei primi 90 giorni di gravidanza sulla base di valutazioni soggettive circa il proprio stato di salute e la situazione economica e nei successivi se sussiste un grave pericolo di vita per la donna o siano accertati malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
L’Italia quindi riconosce più o meno ampiamente il diritto all’aborto assicurandosi che la donna sia assistita durante questa fase e che si svolga nella sicurezza della sua salute; tuttavia subordina la possibilità dell’aborto più all’evidenza scientifica che alla sola autodeterminazione della donna nell’intento di tutelare un’altra vita, ossia quella del feto, cercando di operare quel difficile bilanciamento tra il diritto alla vita e alla salute della donna ed il diritto alla vita del feto.
Il sentiero verso il riconoscimento del diritto all’aborto, il riconoscimento della libertà di scelta inizia ad essere sempre più battuto, e per rispondere alla domanda iniziale: sì è vero donne di nazionalità diversa non hanno la stessa libertà di scelta ma qualcosa sta cambiando.
Tuttavia cambierà se smetteremo di guardare l’educazione sessuale come un tabù, se creeremo efficienti reti di assistenza a livello sociale ed economico che non si surroghino alla donna nel decidere. Avere il diritto di abortire, non vuol dire uccidere, vuol dire scegliere: scegliere.

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Può il Governo di uno Stato essere citato in giudizio perché non fa abbastanza per… ”Più soldi e meno diritti!”. Ma a che PREZZO per l’UE?

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